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La nave dolce e quella amarissima

30 01 12 @ 11:23  silvio.maselli

L’8 agosto del 1991 la Vlora, nave albanese che aveva ancora a bordo lo zucchero caricato nel porto de L’Havana e non ancora scaricato in quello di Durazzo, arriva caracollante nel porto di Bari con il suo impressionante carico umano di quasi 20.000 albanesi. Questa storia, raccontata da Daniele Vicari, sarà presto un (bel) documentario la cui idea è nata da me e da Gigi De Luca qui, in queste stanze della Apulia film commission.

Il 28 marzo 1997, pochi anni dopo, nel canale d’Otranto la nave albanese Kater i Rades, con più di 100 esseri umani a bordo, viene speronata dalla corvetta italiana Sibilla. 57 furono i morti accertati e 24 i corpi mai recuperati. Una tragedia immane che impallidisce dinanzi alla pur tragica vicenda della Costa Concordia, che ha inondato i media di tutto il mondo.

Le riflessioni da fare sono tante, soprattutto sul ruolo dei media e sull’importanza dell’immagine. Una piccola nave speronata non fa storia, come non la fanno le vite disumane dei suoi migranti affondati con essa.

Per questo ci viene in soccorso l’arte, con il suo carico immaginifico di umanità e visione.

Grazie a Gigi De Luca, il nostro Vice Presidente, che ho visto prodigarsi come mai per arrivare all’obiettivo insieme artistico, tecnico, amministrativo, organizzativo; e grazie al collettivo di artisti, operai, amministratori, oggi la Kater i Rades, ancorata su di uno scivolo di cemento, é di nuovo fluttuante tra le onde di vetro del mare immaginario in cui galleggiano le anime di morti che chiedono un pensiero alto ed una pietà che si rinnovi nello spirito dell’impegno affinché mai più sia necessario affrontare i pericoli del mare per trovare conforto ed una vita migliori.

Fonti:
http://www.shqiptariiitalise.com/component/content/article/39-veprimtari/1968-il-naufragio-morte-nel-mediterraneo.html
http://www.giornaledipuglia.com/2012/01/kater-i-rades-diventa-opera-darte-per.html
http://www.comune.otranto.le.it/eventi/dettagli.php?id_elemento=601&


Articolo 18 & Co.

24 01 12 @ 04:26  silvio.maselli

Lo Statuto dei diritti dei lavoratori è la legge numero 300 del 1970.
Frutto maturo degli anni di lotta sociale e politica precedenti, fu redatta, fra gli altri, dal grande giuslavorista Gino Giugni, un socialista riformista di enorme spessore culturale e padre nobile della migliore scuola giuslavorista italiana. Insegnò anche a Bari dove ha formato i suoi migliori allievi (alcuni dei quali sono stati miei docenti universitari e me ne glorio).
Tale legge è stata poi innovata dalla sua “editio minor”. La numero 30 del 2003. Uno zero in meno che racconta molte cose…

L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, di cui oggi tanto si parla, dice letteralmente questo:

“Ferme restando l’esperibilità delle procedure previste dall’articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.”

Dunque impedisce che, nelle aziende con più di 15 dipendenti un lavoratore venga licenziato “senza giusta causa o giustificato motivo”. In altri termini è una legge che evita ogni sopruso e tutela la parte più debole nel sinallagma contrattuale di lavoro: il salariato.
Semplice e chiaro.

Parlare di articolo 18 come tabù, dunque, mi sembra una provocazione inutile. L’articolo 18 non va toccato perché evita soprusi e discriminazioni. Il manager o l’imprenditore che vogliano allontanare un dipendente di cui non hanno più fiducia, devono giustamente invocare un “giustificato motivo” e non possono cacciarlo perché ritenuto antipatico o fastidioso. Tutto qui.

Altra cosa, invece, a sinistra come a destra, è la considerazione di un sistema di inquadramento unico che favorisca l’accesso al lavoro. Lì dove, invece, l’articolo 18 favorisce l’uscita dal lavoro!

E qui si, occorre svolgere un dibattito senza tabù.
Io penso, da manager democratico dotato cioè di sensibilità politica e sociale, che un contratto unico possa rappresentare un elemento di grande vivacità e tutela. Soprattutto se accompagnato da un modello di flexsecurity alla danese, che consenta di avere un paracadute che protegga il lavoratore, espulso dal ciclo produttivo, con un periodo di formazione pagata dallo stato e che lo incentivi a trovarsi un nuovo lavoro.
Parallelamente, sarei molto felice di assumere i tanti collaboratori a progetto a tempo determinato, se solo il costo del lavoro fosse compatibile con le risorse rivenienti dai progetti che gestiamo e attiviamo. Ma questo tema chiama in causa la fiscalità generale e dunque va trattato con molta consapevolezza tecnica e grande sensibilità politica.

In sintesi estrema io faccio il tifo perché si trovi un accordo che tuteli i lavoratori in entrata e in uscita e che garantisca ai datori di lavoro di spendere molto di meno - in termini contributivi e pensionistici - per il lavoro stabile.

E’ una grande sfida. La più importante, non per Monti e la Fornero, ma per tutte le classi dirigenti del Paese, comunque siano esse collocate.
Speriamo sappiano coglierla in pieno.


Ossigeno puro.

23 01 12 @ 09:58  silvio.maselli

Senza commento. Ma con molta felicità.

“Al fine di favorire la creazione di nuove imprese nel settore della tutela dei diritti degli artisti interpreti ed esecutori, mediante lo sviluppo del pluralismo competitivo e consentendo maggiori economicità di gestione nonché l’effettiva partecipazione e controllo da parte dei titolari dei diritti, l’attività di amministrazione e intermediazione dei diritti connessi al diritto d’autore di cui alla legge 22 aprile 1941, n.633, in qualunque forma attuata, è libera; con decreto del presidente del Consiglio dei ministri da emanarsi entro tre mesi dall’entrata in vigore della presente legge e previo parere dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, sono individuati, nell’interesse dei titolari aventi diritto, i requisiti minimi necessari a un razionale e corretto sviluppo del mercato degli intermediari di tali diritti connessi; restano fatte salve le funzioni assegnate in materia alla Società italiana autori ed editori (Siae)”.

Articolo 2 del decreto sulle liberalizzazioni varato in data 20.1.2012 dal Consiglio dei Ministri italiano.


E se avesse ragione?

22 01 12 @ 09:47  silvio.maselli

E se, dico se, avesse ragione lui?

“Riformare la governance della Rai, ispirandosi alla Bbc. Un’autorità super partes (il capo dello Stato) dovrebbe nominare un trust con funzioni di indirizzo e controllo, che selezioni i pochi manager che compongono il comitato esecutivo, guidato da un amministratore delegato con ampi poteri. Questa è in sintesi la ricetta di Giorgio Gori, ex presidente di Magnolia ed ex direttore di Canale 5, pubblicata dal “Corriere della sera”. Bisognerebbe dividere nettamente i canali preposti al servizio pubblico (RaiTre, Rai5, RaiNews, RaiYoYo, RaiGulp, RaiSport, RaiSport 2, RaiScuola, RaiStoria), a cui andrebbe la totalità del canone, a fronte di una completa rinuncia agli introiti pubblicitari, da quelli esplicitamente commerciali (RaiUno, RaiDue, Rai4, RaiPremium, RaiMovie, RaiHd), alimentati esclusivamente dalla pubblicità, portata però a valori analoghi a quelli delle reti private.”

Fonte: www.e-duesse.it


Mai stato più d’accordo con Marco Giusti

22 01 12 @ 09:17  silvio.maselli

Leggo, condivido e posto.

Ci risiamo. Tutti a piangere anche quest’anno per l’esclusione del film italiano candidato all’Oscar per il Miglior Film Straniero, in questo caso il non troppo convincente “Terraferma” di Emanuele Crialese, che non arriva neanche alla spiaggetta della short list dei nove titoli scelti su 63 da scremare ulteriormente al numero di cinque. Po-po-po-popio un’altra figura di merda! Perfino Paolo Mereghetti stamane si domanda acutamente se non ci sia qualcosa che non funziona nella nostra diplomazia cinematografica internazionale. Ma va?
Del resto da un paese che da anni sembra guidato allo sbaraglio economicamente e culturalmente dal Comandante Pasquale Schettino (”Torna a bordo, cazzo!”) che si può pretendere? Per fortuna che l’ex-ministro Galan (sì, è stato ministro dei Beni culturali…) ci ha regalato delle nomine eccellenti come Gigi Marzullo nella commissione ministeriale per la promozione del nostro cinema e tutto il gruppone del suo programma “Cinematografo” in quella per vagliare le opere prime e seconde (da Anselma Dell’Olio a Valeria Licastro Scardino, ex segretaria di Confalonieri e moglie dell’onorevole Martuscello, da Antonia Postorivo, moglie del senatore PDL Antonio D’Alì a Carlo Cozzi, critico de Il Secolo, da Gianvito Casadonte, direttore del Magna Grecia Film Festival agli eterni Enrico Magrelli e Valerio Caprara…).
Tutta gente esperta che, mentre Medusa sta tagliando più della metà del numero di film che aveva prodotto l’anno scorso, saprà risollevare le sorti del nostro cinema migliore e la sua immagine nel mondo.
Ora, detto che probabilmente è stato uno sbaglio scegliere “Terraferma” come film italiano dell’anno, preferendolo a “Habemus Papam” di Nanni Moretti che almeno aveva una storia forte e originale col papa che si perde per Roma, diciamo anche che dalla rosa dei nove titoli sono stati esclusi registi importanti come Zhang Yimou, Ann Hui, Kaneto Shindo, Nikita Mikhalkov, Nuri Bilge Ceylon e film di grande successo internazionale come il brasiliano “Tropa de Elite 2″ di José Padilha, il francese “La guerre est declarée” di Valérie Donzelli, lo svedese “Beyond” di Pernilla August, il libanese “E ora dove andiamo?” di Nadine Labaki.
Inoltre, tra i nove finalisti, a parte il bellissimo film iraniano “A Separation” di Asghar Farhadi, che è indicato da mesi come sicuro vincitore del premio, non troviamo proprio grandissimi titoli, ma una serie di opere provenienti da cinematografie emergenti e del tutto diverse scelti, crediamo, per i motivi più disparati che hanno in comune solo dei soggetti forti.
Non c’è, ad esempio, nessun film francese, tedesco, italiano, spagnolo, giapponese, ma il belga “Bullhead” (”Rundskop”), opera prima di Michael R. Roskam, distribuito dalla potente Celluloid Dreams, dedicato alla mafia degli ormoni delle mucche, c’è il taiwanese “Warriors of the Rainbow”, opera prima di Wei Te Sheng, prodotto dal potente John Woo e presentato in concorso a Venezia, 24 milioni di dollari di budget e 30 già incassati in patria, violentissimo kolossal bellico sulla rivolta della popolazione indigena di minoranza Seediq a Taiwan durante l’invasione giapponese (questi Seediq avevano l’originalità di tagliare e conservare le capocce tagliate dei nemici…).
E, ancora, c’è il marocchino, anche se di co-produzione francese, “Omar m’a tuée”, opera seconda di Roschy Zen, già attivissimo come attore in Francia, c’è il canadese di minoranza francese “Monsieur Lazhare” di Philippe Falardieu, storia di un insegnante algerino in una scuola elementare del Quebec, la commedia danese “Supeclàsico” di Ole Christian Madsen e due immancabili film sui grandi temi ebraici che fanno impazzire il mondo di Hollywood, il polacco (ma coprodotto da Germania, Francia e Canada) “In Darkness” della veterana Agniezka Holland, che ci porta nella Polonia occupata dai nazisti dove un ladro di professione salva decine di ebrei nascondendoli nei sotterranei della città di Lvov, e il curioso israeliano “Footnote” dell’ebreo newyorkese Joseph Cedar, dedicato a uno scontro accademico tra studiosi di Talmud che sono padre e figlio.
Il figlio è un genio e il padre un cialtrone, solo che quando il più celebre premio accademico d’Israele viene vinto ancora una volta dal figlio, l’inviato della giuria si sbaglia e manda la convocazione al padre creando non poco imbarazzo nel figlio. Andrà a finire malissimo, ovviamente. Non ci pare, però, che nell’elenco dei nove titoli della short list per l’Oscar al Miglior Film Straniero, a parte qualche distributore o produttore importante, ci sia stato tanto lavoro di diplomazia internazionale.
Certo, il film taiwanese prodotto da John Woo (e gloria di Marco Muller che lo ha fortemente voluto a Venezia) uscirà nelle sale americane il 14 febbraio in versione ridotta (due ore al posto delle quattro e mezzo originali), il film di Cedar e quello della Holland sono già pronti per il mercato americano, ma non si può dire la stessa cosa di tutti i titoli.
Inoltre ci sono molti film dedicate a minoranze etniche, non solo i fantomatici Sediq, ma i fiamminghi, i francesi del Quebec, ci sono film parlati in danese, iraniano, polacco. E non è vero neanche che contano così tanto i festival americani. I nove titoli vengono da nove festival diversi, Cannes, Venezia, Berlino, Toronto compresi.
La verità è che il nostro cinema sembra non produrre più storie, soggetti originali. Siamo ingolfati da una parte nelle commedie, che vivono solo nel nostro mercato (al massimo arrivano in Spagna), e da un’altra parte in una serie di film da festival, distribuiti da Medusa e da Rai Cinema, che non hanno nessun successo economico in patria, non vincono premi nei festival, a parte i casi già lontani di “Gomorra” e “Il Divo”, e difficilmente riescono a avere una vita internazionale.
Seguitiamo a produrre come film da festival titoli che non possono competere spesso con quelli stranieri in originalità e riuscita (vedi Avati, Crialese, Comencini, più adatti al mercato interno), quando sarebbe meglio puntare su un cinema più estremo e coraggioso.
Che magari non porterà a un successo immediato (Bruni, Gipi, De Gregorio, Rohrwacher), ma può essere potenziato. Senza un vero cinema d’arte da esportare, a parte i casi isolati di Garrone, Sorrentino, Moretti, Bellocchio e altri due o tre nomi di autori, è un bel po’ difficile parlare di colpe della nostra diplomazia.
Le colpe sono dei nostri produttori che seguitano a non sperimentare, di registi che fanno cinema da festival come se girassero “Un posto al sole”, dei direttori dei festival che accettano dai nostri produttori titoli modesti, dei critici dei giornali che spesso non sono all’altezza del loro compito e illudono autori e produttori creando inutili attese, della commedia borghese che si mangia tutti i budget, anche quelli ministeriali, giocando su storie ovvie cercando di sopravvivere a se stessa (e allora cento volte meglio “I soliti idioti” o “Che bella giornata”).
Se non ricostruiamo un cinema, degli autori, delle storie, sarà un po’ difficile pretendere di arrivare non tanto agli Oscar, ma almeno a riempire qualche sala. Magari la crisi, che ci obbligherà a produrre film a basso costo, ci potrebbe portare qualche buona sorpresa. Che magari arriverà, visto che stanno uscendo proprio adesso film interessanti e difficili come “Acab” di Stefano Sollima e “Diaz” di Daniele Vicari.
Ma, in generale, non crediamo che la strada che vogliano intraprendere i nostri produttori sia quella di finanziare film realistici di denuncia o la sperimentazione illuminata a basso costo, con l’attento sguardo della commissione cinema marzulliana, o quella di limitare i budget delle nostre star maggiori e dei nostri più inutili registi.
Certo, con un cinema così mal ridotto, si rischia di finire non alla serata degli Oscar ma dritti sugli scogli del Giglio, senza nessun capitano De Falco che almeno ci urli “Torna a bordo, cazzo!”.

Marco Giusti per Dagospia
Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/il-cinema-dei-giusti-tutti-a-piangere-anche-questanno-per-lesclusione-del-film-italiano-34583.htm


I Sud

22 01 12 @ 09:32  silvio.maselli

Io non so se esistono più Sud. So che esiste e ch’io vivo il mio Sud. Per questo mi irrito quando i cineasti ci chiedono di portarli in una Puglia che non esiste più, arretrata, ancestrale, immobile come in un vecchio dagherrotipo.

Il mio Sud è moderno, competitivo, competente, aggiornato, evoluto, europeo con lo sguardo rivolto verso sud e verso est. Se non l’avete ancora capito noi siamo un Sud nuovo, non stereotipato. E non dobbiamo chiedere scusa a nessuno. E non dobbiamo ringraziare alcun nord, ma solo noi stessi.


Superficialità

22 01 12 @ 08:42  silvio.maselli

L’altra sera mi è capitato di assistere alla intervista de “Le invasioni barbariche” del duo Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio, noto ai più come “i soliti idioti”. Avevo grandi aspettative, perché dopo lo scambio di battute con la critica Mariarosa Mancuso, immaginavo di ascoltare da loro una profonda analisi del paese e dei caratteri tipici dell’italianità, filtrati da due comici di grande successo.

Ne sono rimasto molto deluso. Non me lo aspettavo, ed ero anzi pronto a fare un’autocritica feroce. Invece no. Quei due sono due simpatici cazzoni, vuoti come un pallone pieno d’aria.


Vive la France!

20 01 12 @ 12:28  silvio.maselli

Due notizie arrivano dalla Francia a ricordarci come a volte la storia prende la strada sbagliata e a noi invece che la Rivoluzione borghese e Napoleone c’è toccata la frammentazione e gli statarelli tremolanti difronte agli invasori…ma il nostro genio, fortunatamente, trova sempre la strada della luce. Leggere per credere.

“C’è un cinema che il nostro settore dell’audiovisivo guarda come il Paradiso in terra. Per quanto gli italiani sentano forte, e ricambiati, la rivalità con i cugini transalpini, è evidente da ogni dichiarazione pubblica di dirigenti e artisti che il modello da seguire per l’Italia è la struttura del settore cinematografico francese, assistito dallo Stato e dai privati con giudizio e intelligenza dalla produzione (vedi le SOFICA, le Société pour le financement de l’industrie cinématographique et audiovisuelle) alla distribuzione e promozione internazionale (Unifrance, 9 milioni di euro, sedi all’estero e un lavoro capillare sulla promozione del cinema francese). In occasione del 14mo Rendev-Vous du cinéma français, Unifrance ha esposto i dati economici del proprio comparto audiovisivo mostrando in alcuni casi delle naturali contrazioni, visto il periodo di crisi, ma una grande solidità. Al di là di un aumento del totale, diminuiscono alcuni numeri dei film francofoni, che però trovano nei festival e nella critica - come, per esempio, La guerre est declarée - riscontri importanti, tengono decisamente meglio i film di produzione francese in lingua inglese, come il fracassone ma divertente I tre moschettieri.
Interessante vedere come aumentino ingressi (66milioni) e box office (superati i 405 milioni di euro) ma diminuiscano i paesi d’uscita, da 64 a 51, con una centralità europea forte. Come ha sottolineato Régine Hatchondo, direttrice generale di Unifrance Films, a questo consolidamento di mercato e a questa diminuzione contenuta e non preoccupante della varietà geografica di diffusione, bisogna rispondere con un rilancio. Laddove in Italia si risponde alla crisi massacrando la cultura, “perché non si mangia”, qui invece si cerca di limare i punti deboli. E la volitiva e affascinante dirigente di questa dinamica società individua nello “svecchiamento” una delle vie di crescita, industriale e creativa. Puntare sui giovani, un comandamento sconosciuto nella nostra penisola, sembra essere la scommessa, anzi la necessità di una Francia che non si accontenta di vivere di rendita sui suoi divi- da Depardieu a Cassel passando per Delon e Deneuve- o sulla sua storia, come la Nouvelle Vague. E così si punta sui nuova media, che ospitano il www.myfrenchfilmfestival.com, alla sua seconda edizione.
Un’iniziativa ancora a diffusione ridotta ma crescente che vorrebbe, in un colpo solo, dare spazio ad artisti giovani e a un pubblico ad essi contemporanei. Un ricambio generazionale necessario per non rendere questi anni di successi solo una “bolla”. E a dimostrazione che la crisi non è un freno ma quasi un motore di questo settore- come dice il presidente di Unifrance Films Antoine de Clermont-Tonnerre “il cinema costa meno di ogni altro svago e proprio in questi periodi può rappresentare una controtendenza, soprattutto nel genere della commedia e dell’evasione”- ci sono già due casi a far ben sperare per il 2012: The Artist, fresco di tre Golden Globe, lanciatissimo nella corsa all’Oscar e che sta cavalcando in tutto il mondo l’onda lunga del suo successo, e Untouchables, che a Parigi e dintorni provoca file interminabili fuori dalle sale e sta abbattendo ogni record di incassi. Se il buongiorno si vede dal mattino…”

Fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2012-01-18/francia-unifrance-successi-contro-112945.shtml?uuid=AaDSwZfE

***

“È una gioia, un onore e una grande responsabilità presiedere la giuria del festival cinematografico più prestigioso del mondo, che si svolge in un Paese che ha sempre considerato il cinema con attenzione e rispetto”, ha commentato l’autore, Palma d’oro con La stanza del figlio nel 2001 e da sempre molto amato in Francia. L’anno scorso portò in concorso Habemus Papam con Michel Piccoli protagonista. Dopo tre americani - Sean Penn (2008), Tim Burton (2009) e Robert De Niro (2010), “il festival ci teneva a celebrare la 65° edizione con un presidente europeo”, ha detto il delegato generale Thierry Frémaux.”

Fonte: http://news.cinecitta.com/


I due Presidenti

19 01 12 @ 09:17  silvio.maselli

Da qualche giorno qui in film commission Puglia accoglievamo Antonella Gaeta al canto di “un Presidente, c’è solo un Presidente”! Era ed è il moto d’affetto nei confronti di una professionista che stimiamo e che ha iniziato il suo percorso alla guida della AFC con piglio, dedizione e consapevolezza sorprendenti.

Da ieri i ragazzi mi prendono in giro chiamando pure me Presidente, avendomi i colleghi dell’associazione nazionale delle film commission italiane, scelto improvvidamente quale loro rappresentante.
Ma io sono e rimango il “giovane direttore arrogante” come a qualcuno piace definirmi. E io me ne compiaccio.

Se in quattro anni e mezzo siamo arrivati sin qui, per certuni sarà stata arroganza, per molti altri tutto questo - fortunatamente - si chiama competenza, passione, amore per il proprio lavoro, dedizione totale, conoscenza profonda dell’arte cinematografica e dell’industria dell’audiovisivo.

Arroganti allora, se vi piace. Nella difesa del nostro lavoro nel quale ci onoriamo di essere considerati tra i migliori.


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