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Un mestiere bello e difficile.

01 01 12 @ 08:21  silvio.maselli

Fare il mestiere di film commissioner è un’esperienza appagante per chi ama il cinema e l’approccio manageriale, organizzativo e industriale al servizio di un’arte così complessa e dispendiosa come la settima musa.
Tuttavia a volte diventa davvero complicato resistere alla tentazione di mandare tutti al diavolo, soprattutto dinanzi alla protervia di politici ignoranti (nel senso letterale: che ignorano) o alla vacuità di certi dibattiti assurdi come quello che sta coinvolgendo i nostri colleghi friulani.
Al loro Presidente va tutta la nostra amicizia e solidarietà.
Coraggio Fede, porta pazienza, perché non sanno quello che fanno!

Fonte: e-duesse.it

Sta facendo discutere un ordine del giorno presentato da trenta consiglieri regionali del Friuli Venezia Giulia che hanno invitato a non concedere finanziamenti regionali a La Bella addormentata, il film di Marco Bellocchio che ha sullo sfondo la vicenda di Eluana Englaro morta tre anni fa dopo diciassette anni di stato vegetativo. Ha commentato il presidente della commissione cultura regionale Piero Camber (Pdl): “Che il Friuli Venezia Giulia venga etichettato come la regione del caso Englaro, non porta a nulla. Sarebbe corretto rispettare in silenzio quanto è accaduto”. Immediata la replica di Riccardo Tozzi che produce il film con Cattleya: “Negare il finanziamento al film di Marco Bellocchio – dichiara Tozzi a la Repubblica – significherebbe andare contro la legge e forse anche contro la Costituzione. Quella della Giunta è stata una presa di posizione preventiva su un film di cui nessuno dei partecipanti sa nulla, sono sicuro che si ricrederanno. Quello che conta è il parere della film commission”. Il film, le cui riprese sono previste a fine gennaio, vede nel cast Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Michele Riondino e Piergiorgio Bellocchio e racconta tre storie che si svolgono nel clima degli ultimi giorni di vita di Eluana Englaro.

“La casa di produzione Cattleya non ha al momento presentato richiesta di finanziamento al FVG Film Fund”. Le polemiche sul film di Marco Bellocchio, Bella addormentata (si veda agenzia: http://www.e-duesse.it/News/Cinema/Il-Friuli-non-vuole-finanziare-il-film-di-Bellocchio-su-Eluana-Englaro-125266), hanno provocato una risposta ufficiale da Federico Poillucci, presidente di Friuli Venezia Giulia Film Commission, con riferimento all’ordine del giorno collegato con il DDL 148 A “Legge Finanziaria 2012″, che il Consiglio Regionale FVG ha votato nei giorni scorsi e che è stato successivamente ripreso dalla stampa locale e nazionale”. Nel comunicato ufficiale si precisa tra l’altro che qualora tale richiesta fosse presentata, sarebbe il preposto organismo regionale (ovvero un apposito comitato tecnico, come previsto da regolamento attuativo della legge stessa) a valutare l’opera candidata secondo i criteri espressi dalla legge e dal relativo regolamento; e non la Film Commission, titolare solo della fase istruttoria. Poillucci ricorda inoltre che i criteri generali riguardano “attrazione di iniziativa imprenditoriale sul territorio, con relativo indotto economico; incentivazione dell’occupazione di maestranze locali; sviluppo dell’economia; promozione e valorizzazione del territorio”, mentre quelli specifici della valutazione comparata (secondo punteggio e graduatoria) del Comitato tecnico sono pertinenza in relazione alla promozione del territorio regionale, originalità e carattere innovativo, efficacia, fattibilità, qualità del soggetto, della sceneggiatura e di ogni altra caratteristica dell’opera, ricadute economiche sul territorio regionale anche in termini di incentivazione dei flussi turistici e di occupazione delle maestranze locali.
Oltre ai curricula di regista e casa di produzione, che sono ovviamente di tutto rispetto. “La legge regionale – continua Poillucci – che l’ordine del giorno in oggetto mette addirittura in dubbio circa alla sua liceità complessiva, non disciplina solo il Film Fund e l’attività della Film Commission, ma è un provvedimento regionale ‘per la promozione, la valorizzazione del patrimonio e della cultura cinematografica, per lo sviluppo delle produzioni audiovisive e per la localizzazione delle sale cinematografiche nel Friuli Venezia Giulia’ e in quanto tale disciplina la materia tout court (festival, mediateche, cineteche, formazione, produzione, sale, ecc.)”. Tale legge è stata modificata, e quindi di fatto riapprovata, il 27 ottobre 2010. Infine, oltre a citare le notevoli ricadute sul territorio del Film Fund regionale, il presidente della Friuli Venezia Giulia Film Commission fa presente che il film di Bellocchio “non è un film su Eluana Englaro. Peraltro, se anche lo fosse, esso verrebbe parimenti valutato secondo i criteri sovraesposti”.


Che anno sarà?

01 01 12 @ 08:14  silvio.maselli

Che anno sarà, dal punto di vista produttivo, il 2012?
La risposta può limitarsi a questo lancio di agenzia. Si può ben capire che i produttori avranno sempre meno risorse e dovranno faticare non poco a metterle insieme per completare i budget.
Dunque noi film commission e fondi regionali e locali diventeremo ancora più importanti.
E dovremo aprire, ancor di più, gli occhi.

Nella riunione del 22 dicembre, la Commissione per la Cinematografia della Direzione Generale Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha riconosciuto di interesse culturale 9 lungometraggi. Di questi, i film che hanno ricevuto oltre il riconoscimento dell’interesse culturale anche un finanziamento sono: ‘Romanzo di una strage - Il segreto di Piazza Fontana’ di Marco Tullio Giordana (800mila euro), ‘Vanità’ di Giorgio Diritti (700mila euro), ‘Cha Cha Cha’ di Marco Risi (700mila euro), ‘Anita B.’ di Roberto Faenza (600mila euro), ‘La scoperta dell’alba’ di Susanna Nicchiarelli (550mila euro), ‘Il futuro’ di Alicia Scherson (150mila euro). Tre invece i film solo riconosciuti di interesse culturale: ‘The Bald Hairdresser’ di Susanne Bier, ‘La nave dolce’ di Daniele Vicari e ‘Big House’ di Matteo Garrone. Due i titoli il cui ricoscimento dell’interesse culturale è da confermare a visione della copia campione: ‘Com’è bello far l’amore’ di Fausto Brizzi e ‘Asterix e Obelix - Dio salvi la Britannia’ di Laurent Tirard. Sono stati inoltre resi noti i verdetti della riunione del 21 dicembre della Commissione per la Cinematografia sui progetti di opere prime e seconde e di cortometraggio presentati entro il 15 maggio (seconda sessione 2011) e su quelli presentati entro il 15 settembre (terza sessione 2011). Della seconda sessione sono stati scelti: ‘Acab’ di Stefano Sollima (finanziato con 200mila euro), ‘Vi perdono’ di Valeria Golino (200mila euro), ‘A volte la neve scende a giugno’ di Benedetta Pontellini (200mila euro), ‘Italo’ di Alessia Scarso (200mila euro), ‘Il mondo fino in fondo’ di Alessandro Lunardelli (200mila euro), ‘Trovate “La Roma”’ di Francesco Scavelli (200mila euro), ‘Lucy in the sky’ di Giuseppe Petitto (200mila euro), ‘Più buio di mezzanotte non può fare’ di Sebastiano Riso (200mila euro), ‘Acciaio’ di Stefano Mordini (150mila euro), ‘Albamia’ di Enrico Iacovoni (150mila euro), ‘Il Sud è niente’ di Fabio Mollo (150mila euro), ‘Il venditore di medicine’ di Antonio Morabito (150mila euro), ‘La mia amica Greta’ di Fabio Campus (150mila euro), ‘L’Africa di Pasolini (Pasolini in Marocco)’ di Hamid Basguit e Stefano Alleva (150mila euro), ‘Ti stimo fratello’ di Giovanni Vernia e Paolo Uzzi (solo interesse culturale). Per la terza sessione, le opere prime e seconde approvate sono: ‘100 metri dal Paradiso’ di Raffaele Verzillo (200mila euro), ‘L’amore è imperfetto’ di Francesca Muci (200mila euro), ‘Roman e il suo cucciolo’ di Alessandro Gassman (200mila euro), ‘Senza nessuna pietà’ di Michele Alhaique (200mila euro), ‘Take five’ di Guido Lombardi (200mila euro), ‘Ada, mia sorella’ di Massimiliano Croci (150mila euro), ‘Benur’ di Massimo Esposito in arte Andrei (150mila euro), ‘Il quinto sapore’ di Francesco Bonelli (150mila euro), ‘Il ragazzo che brucia’ di Filippo Soldi (150mila euro), ‘La mafia uccide solo d’estate’ di Pierfrancesco Diliberto (150mila euro), ‘Non c’è problema’ di Paolo Ruffini (150mila euro), ‘Ricorda: il tuo secondo nome è Libera’ di Maria Cristina Leonetti (150mila euro), Sangue sparso di Emma Moriconi (150mila euro), ‘Voglio un mondo rosa shokking’ di Milena Cocozza (150mila euro), ‘Il mistero di Aquileia’ di Guglielmo Zanette (100mila euro), ‘Vitriol’ di Francesco Afro De Falco (50mila euro), ‘L’ultima spiaggia’ di Gianluca Ansanelli (solo interesse culturale), ‘Fb’ di Giovanni Virgilio (solo interesse culturale).


Enti privati, pubblici disservizi.

29 12 11 @ 05:53  silvio.maselli

Approfondire, studiare, capire la realtà è il compito primo di chi ama i beni pubblici. Di chi ama il prossimo come se stesso, si potrebbe dire.

Sull’onda dell’emozione qualche giorno fa ho scritto della difficoltà che incontrano i cittadini del meridione, per spostarsi – anche di pochi chilometri – per lavoro. Cioè per la vita.
Il giorno dopo Michele Santoro ha dedicato un’intera trasmissione ai temi dello spostamento su rotaia, raccontando come il nostro paese sia spezzato in due. Nord ricco e connesso, Sud disperatamente alla deriva.

Tuttavia si è trattato di due approcci, appunto, emozionali e non razionali.

L’assenza nella trasmissione dell’AD di Ferrovie dello Stato Italiane SpA ha impedito un approfondimento oggettivo e dunque, anche grazie ad uno dei miei più cari amici, ingegnere ferroviario, con il quale disquisisco spesso di storie su rotaie (la mia passione di bambino: costruir binari e collezionare trenini elettrici!), ho approfondito un po’ di più il tema, complici le ferie natalizie.

La domanda è: perché un’azienda controllata al 100% dal Tesoro, cioè dallo Stato Italiano, si rifiuta di gestire tratte ritenute sconvenienti economicamente, al punto da cancellare treni storici (il Palermo – Milano, il Lecce – Roma), o di ridimensionare pesantemente le tratte locali, scaricando sulla società un costo inaccettabile in termini di maggiore inquinamento, difficoltà drammatiche negli spostamenti, inenarrabili sacrifici dei pendolari?
E perché una società per azioni pubblica fa tutto questo senza che altri concorrenti privati (Montezemolo con la sua NTV, per esempio o il gruppo Toto) investano in quelle tratte, sostituendosi quindi al monopolio ex pubblico? Che fine ha fatto la tanto acclamata concorrenza, di cui la mia generazione ha subìto l’ossessiva narrazione negli anni novanta e duemila?

La risposta è semplicissima e la dico così: perché il pesce puzza sempre dalla testa!

Io non trovo simpatico il signor Mauro Moretti: il suo sorriso beffardo, il suo presenzialismo, le inaugurazioni dei treni veloci a favore di camera accanto all’ex Premier miliardario. No, Moretti non è mai riuscito a convincermi.
Tuttavia non penso che sia un sadico pazzo.

Egli risponde alla logica delle regole impostegli dalla legge e dal suo CdA, nel quale siedono Lamberto Cardia (quale Presidente), Clemente Carta, Stefano Scalera e Paolo Baratta.
Tralascio ogni puntuale descrizione di ciascuno dei componenti il CdA e mi soffermo solo su quello di Baratta, conoscenza diretta degli amici del cinema, essendo il Presidente della Fondazione Biennale di Venezia, ma anche consigliere di amministrazione di Telecom Italia (si rifletta a lungo sul punto, soprattutto in considerazione dell’assenza in Italia di una legge che costringa le aziende dei comparti TLC e ICT a sostenere l’audiovisivo quale “eccezione culturale”, se vorrete ci ritorneremo) ed ex Ministro nei governi Amato (con delega alle Privatizzazioni, sic!), Ciampi (Commercio estero e poi Industria), Dini (Ambiente e Lavori Pubblici). Insomma uno dei tanti collezionatori di consigli d’amministrazione del nostro sciagurato paese.

E’ alla legge, allora, che occorre guardare per capirci qualcosa.
Le Ferrovie italiane statali nacquero ufficialmente nel 1905 durante l’era giolittiana. Subito dopo il crollo del regime fascista e la fine della guerra, nel 1945 divennero un’Azienda Autonoma delle Ferrovie dello Stato, controllata dai Trasporti e, dal primo gennaio del 1986, venne poi trasformata in “ente pubblico economico”.

L’ente pubblico economico è un ente pubblico dotato di propria personalità giuridica, proprio patrimonio e personale dipendente, inquadrato tramite contratti di diritto privato ed è separato dall’apparato burocratico della PA per avere maggiore flessibilità al cambiamento e svolgere attività commerciali. Il vincolo con la PA rimane perché gli organi di governo sono nominati in tutto o in parte dai Ministeri (o dalle PA competenti) e agli stessi spetta un compito d’indirizzo e vigilanza.

Il passaggio successivo, prevedibile e meccanico è alla società per azioni, avvenuta nell’agosto del 1992.

Oggi le Ferrovie dello Stato Italiane SpA sono proprietarie di Rete ferroviaria italiana (RFI, cioè i binari e le infrastrutture su e grazie a cui viaggiano i treni di tutte le compagnie); Trenitalia che gestisce il trasporto merci e passeggeri; Grandi Stazioni che gestisce le 13 principali stazioni nazionali; Centostazioni che ha il compito di ristrutturare e gestire 103 stazioni e di molte altre società, anche estere!

Si capisce allora l’operazione che ha fatto la politica italiana negli anni ’90, sull’onda dell’emozione (ah, quanti danni fa l’emozione!) per “mani pulite”?

L’ente pubblico economico era ritenuto troppo opaco: le assunzioni, pur dovendo avvenire tramite bando pubblico, erano guidate dalle correnti della DC, del PSI e degli altri partiti che riuscivano a partecipare alla spartizione. Le FS dei primi anni ’90 erano un ente pubblico da ben 200.000 dipendenti, una torta enorme da dividersi.

E allora che fece la politica? E cosa fa oggi?

Inventa un gioco formalmente pulito, sostanzialmente inquietante: le Società per Azioni pubbliche cui trasferire ogni potere e risorsa, da controllare tramite i CdA lottizzati e i “contratti di servizio pubblici”, libere di assumere senza concorso pubblico (e dunque ancora più facilmente utilizzabili per clientele sordide e nascoste) e assetate di accordi con le regioni italiane alla ricerca di un business del bisogno che fa orrore.

Sono le privatizzazioni italiane. Attenzione: non liberalizzazioni, ma privatizzazioni. Fittizie oppure strumenti nelle mani della politica per dominare interi pezzi di consenso e di sostegno finanziario (vedasi la vicenda Alitalia con la “bad company” affidata allo Stato e la “good company” regalata a francesi e imprenditori vicini, troppo vicini a Berlusconi).

Ritenete sia la mia personale opinione vero? Un punto di vista partigiano e di sinistra?

Analizziamo insieme le entrate del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane SpA che nel complesso sono di 8,06 miliardi di euro nel 2010 come si può leggere sul loro sito nel “Rapporto annuale di Bilancio 2010″:

- 2,86 MLD: traffico viaggiatori
- 1,94 MLD: contratti di servizio con le regioni
- 1,04 MLD: servizi di infrastruttura
- 790 Mln: traffico merci
- 770 Mln: altri proventi
- 546 Mln: contratto di servizio pubblico con lo Stato
- 99 Mln altri ricavi da servizi.

Capite ora qual è il loro gioco?

Le Ferrovie dello Stato vivono di soldi delle regioni (ben il 25% delle entrate). Se queste ultime vedono ridotti i trasferimenti dallo Stato centrale, come avviene ormai da tre anni, non possono sostenere i costi del contratto di servizio per il TPL, il trasporto pubblico locale, che in teoria – ripeto, in teoria – andrebbe affidato tramite gara pubblica, sì che possa vincerlo anche un competitor delle FSI e allargare la platea dei soggetti che offrono servizi pubblici sostenuti da risorse pubbliche.

Il dubbio mi è venuto quando Moretti ha quasi letteralmente detto che cancellava i treni sulle tratte coperte dai voli “low cost” di compagnie aeree private. Inizialmente m’è sembrata una frase assurda, da aspettarlo sotto casa per riempirlo d’improperi.

Ma poi non è sfuggito a nessuno, per esempio, che nel bilancio della Regione Puglia approvato ieri in Consiglio, figurano 12 milioni di euro per la Ryan Air e 1 milione per garantire “la sopravvivenza dell’aeroporto di Foggia”.
Tradotto: le compagnie aeree non vengono in Puglia se non dietro lauti pagamenti. Solo così si sostiene la domanda turistica in Puglia, come altrove nel mondo, ai tempi del low cost.
Costo basso per chi vola, altissimo per la collettività. E come Ryan Air guadagna due volte, dallo scalo di partenza e da quello di arrivo, così le Ferrovie dello Stato prendono da Stato e Regioni…

Lo schema delle Società per Azioni è, dunque, identico alla Ryan Air, con la differenza che la governance di quest’ultimi è decisa da azionisti veri, in carne e ossa, non da qualche politico nominato dal segretario del partito, grazie ad una legge elettorale infame e a-democratica.

Inoltre i manager delle SpA pubbliche non prendono decisioni a tutela del bene pubblico e dei cittadini, ma del verbo superiore “merkeliano” del pareggio di bilancio. Fesseria suprema, anti keynesiana, scioccamente rigorista che ci conduce, dritti dritti alla stagflazione nell’area euro.

Certo, non era bello che i debiti delle vecchie ferrovie (in avanzo di bilancio da due anni) fossero pagati da tutti noi.
Ma non è parimenti bello che gli avanzi di gestione vengano effettuati sulla pelle dei cittadini che pagando le tasse attendono di vedersele restituite in servizi.

Cosa fare per cambiare davvero?

Mi sono convinto e qualche amico storcerà il naso: affidare, anche i servizi pubblici locali, tramite gare pubbliche trasparenti, efficaci e periodiche a chi è in grado di garantire l’erogazione di servizi essenziali con standard di qualità minima indefettibili (come la tratta notturna Lecce – Roma o la frequenza quotidiana del Foggia – Bari e del Lecce – Bari) e favorire la concorrenza vera tra operatori concorrenti.

Rompere ogni monopolio e trasformare le Ferrovie dello Stato in Ente pubblico che eserciti, con qualità, le tratte che il mercato abbandona.

NTV potrà fare utili a valanga sul Milano – Roma o la Torino – Lione. Chi se ne frega.
A me interessa che, con le mie tasse, si ottenga un riequilibrio e che anche i siciliani o i pugliesi viaggino su e giù per il Paese senza barriere.

Tanto più che, a parità di tratta, il costo del biglietto Trenitalia è a volte, più caro di un aereo.
E mai venga dato anche un solo euro ai privati per la propria attività che non sarebbe più di pubblica utilità e servizio, ma solo di privato profitto.

Non trovate sarebbe un Paese migliore?

Ce la farà la politica a stare lontano dai Consigli di Amministrazione delle società pubbliche sino a quando ne controlla budget e obiettivi di performance a pareggio?

Un giorno parleremo anche di Rai. E ne vedremo delle belle.


Dedicato alle maestranze e ai fornitori pugliesi.

29 12 11 @ 11:04  silvio.maselli

Certe produzioni in cattivissima fede, quando terminano le riprese e non hanno ancora pagato il personale di troupe, i fornitori, gli alberghi e quant’altro pattuito, vanno dicendo in giro che, siccome la film commission non li ha pagati, non pagano a propria volta i fornitori e il personale.

Niente di più falso che, vi prego care maestranze pugliesi, va immediatamente denunciato e portato all’attenzione mia e del mio staff.

L’Apulia Film Commission eroga - tramite la sottoscrizione di appositi trasparenti contratti - due tipologie di contributi: il film fund e il fondo ospitalità.

Quest’ultimo viene saldato a fine riprese e solo dietro presentazione di adeguata rendicontazione. Dunque la produzione sa di dover anticipare le spese per hotel, catering, ristoranti e trasporti. E noi non rimborsiamo nulla loro che non sia stato già speso sul territorio regionale.

Il film fund, invece, viene erogato in due tranche: la prima pari al 20% come acconto, la restante a saldo finale, al termine del film e previo ricezione e nostro controllo delle spese sostenute e del rispetto delle regole previste (200% di spesa sul territorio, 35% di personale pugliese, almeno 3 settimane di riprese in regione, il rispetto del budget pattuito, ecc.). E ci mettiamo al massimo un mese prima di saldare.

Dunque non credete a quei menzogneri organizzatori generali, produttori e loro collaboratori che raccontano balle.

L’Apulia Film Commission è sempre e solo dalla parte di chi lavora ed esiste per fare rispettare le regole che essa stessa ha previsto.


CdA, Amministratori Unici e parole in libertà.

29 12 11 @ 11:37  silvio.maselli

L’Onorevole pugliese Francesco Boccia in un intervento sul Corriere del Mezzogiorno d’un paio di giorni fa, attacca il governo della Regione Puglia chiedendo di cancellare gli enti inutili e di abolire i consigli di amministrazione: “La Regione Puglia - chiarisce il deputato di Bisceglie - azzeri tutti i consigli di amministrazione delle società partecipate al 100 per cento, spesso trasformate in veri e propri luoghi dell’intermediazione politica. Le aziende se hanno soci privati rispondono alle regole del mercato, se sono interamente di proprietà pubblica e non sono quotate, hanno solo il dovere di rispondere attraverso un amministratore unico all’azionista Regione”.

E’ una tesi che condivido da tempo e che andrebbe perseguita a livello nazionale con una leggina di un articolo: “sono aboliti tutti i CdA delle società a totale capitale pubblico, anche per azioni e sostituiti da un amministratore unico scelto tra professionisti iscritti ad un apposito albo dei manager candidati a ruoli di direzione di enti e società pubbliche”. Accanto all’Amministratore Unico, ovviamente, ci sarebbe la struttura di management, coordinata da un Direttore generale.

Legge che potrebbe proporre proprio il PD, visto che esprime sostegno al governo nazionale, magari anche prevedendo l’abolizione di doppi e plurimi incarichi.

Tuttavia non si capisce perché lo stesso Boccia e il giornalista citano, tra gli enti a cui tagliare il CdA, anche l’Apulia Film Commission.

E qui casca l’asino: la film commission pugliese è una “Fondazione di partecipazione”. I suoi soci sono ad oggi 23 tra comuni, province e la stessa Regione che versa la quota più alta, circa due terzi del contributo di funzionamento e l’intero capitale sociale.

Dunque la governance della Apulia Film Commission deve necessariamente essere plurale e contemperare, tramite un CdA, le istanze dei suoi plurimi soci. Altrimenti i soci diversi dalla Regione che ci stanno a fare?
E in quest’ottica si stanno muovendo il CdA e la nuova Presidente della AFC, andando a incontrare i singoli Soci e favorendo occasioni di confronto con tutte le componenti di un territorio vasto e articolato come la nostra regione per ascoltarne le istanze, carpirne le sensibilità, capirne le esigenze e le caratteristiche, fare sintesi alta tra le richieste di attenzione che giungono dai territori.

Inoltre, in ossequio al DLgs 78/2010 e per Statuto, il CdA della Apulia Film Commission è composto da 5 membri che, a eccezione di Presidente e Vice Presidente, non percepiscono alcun compenso.

E allora delle due l’una: o chi scrive l’articolo pur di fare casino, mette in mezzo l’AFC e allora sarebbe auspicabile che si documentasse prima. Oppure il Deputato Boccia ha commesso un errore e siamo certi vorrà riconsiderare le sue opinioni.

Fonte:
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2011/27-dicembre-2011/boccia-attacco-privilegi-sprechivendola-via-enti-inutili-cda-vitalizi-1902674338505.shtml


Valzer di poltrone

28 12 11 @ 02:07  silvio.maselli

Mentre a Venezia va Alberto Barbera a Roma succede questo…

Il futuro dei due festival principali, quello di Venezia e quello di Roma, sta animando accesi dibattiti non solo cinematografici ma anche politici. ‘Il Messaggero’ di oggi parla di un accordo che il governatore del Lazio, Renata Polverini, e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, avrebbero preso sul nome di Marco Müller a direttore del festival di Roma al posto di Piera Detassis (stando ai retroscena pubblicati dai quotidiani, la Polverini avrebbe fatto presente ad Alemanno che se si fosse opposto ancora a Müller, la Regione non avrebbe ripianato il debito contratto dal festival). La decisione ha creato, però, più di un malumore. Il pd romano è compatto contro questa nomina come dichiara il consigliere Paolo Masini: “Siamo fermamente contrari, Müller è un nemico di Roma”. Dura la presa di posizione dell’attore Massimo Ghini che rappresenta la Provincia di Roma nel cda della Fondazione Cinema: “A creare spaccature è il metodo, non Müller che è un professionista. Siamo venuti a sapere dell’accordo Polverini-Alemanno dal ‘Messaggero’”. Umberto Croppi, in corsa per la presidenza della Fondazione parla di “metodo inaccettabile” e Michele Lo Foco, che rappresenta nel cda della Fondazione il Comune di Roma aggiunge: “Non considero Müller adatto; è troppo raffinato per il carattere popolare della rassegna romana”. Anche Riccardo Tozzi, presidente Anica, si è espresso: “Avremmo approvato la riconferma di Piera Detassis ma, visto che il Festival ha deciso di cambiare, abbiamo appoggiato Müller, un nome fortissimo che garantirà il rilancio”. E’ aperta anche la partita per il ruolo di presidente della Fondazione Cinema per Roma al posto di Gian Luigi Rondi, il cui mandato scade a giugno; oltre al già citato Croppi, il lizza ci sarebbero per il quotidiano romano: Paolo Ferrari, presidente e amministratore delegato di Warner Bros.Italia che ha annunciato il ritiro dall’attività professionale e Luciano Sovena, ex amministratore delegato di Cinecittà Luce (le pagine romane di ‘Repubblica’ parlano anche del giornalista e presidente di Rcs libri, Paolo Mieli). Il tutto sarà deciso il 13 gennaio quando si riunirà il cda della Fondazione.

Fonte: e-duesse.it


Dedicato alle “Francesca” di tutto il meridione.

21 12 11 @ 10:12  silvio.maselli

Francesca, Valeria, Marcella, Antonella sono collaboratrici della film commission che vivono piuttosto lontano da Bari.
Ogni giorno, alcune di loro, si svegliano la mattina molto presto, quando gli altri ancora sognano, affrontano il gelo della notte e arrivano in stazione prendendo posto su un triste treno locale (il famigerato TrasportoPubblicoLocale).
Troppo presto, a volte, per trovare i giornali. Troppo presto per aver voglia di parlare con altri pendolari. Troppo presto per pensare ad altro che a recuperare le ore di sonno rubate loro da una politica industriale e dei trasporti nazionale miope e meschina.

Meschina perché, se è vero che tutte le Francesca, Valeria, Marcella, Antonella del meridione per arrivare a Bari non hanno alternative che svegliarsi prima dell’alba; a 1200 km a nord di qui, tra oltre dieci anni, dopo aver bucato valli e spostato interi paesi, la TAV congiungerà Piemonte e Rhone Alpes, due delle regioni più ricche d’Europa, mentre i più poveri del vecchio continente rimarranno, semplicemente, tali.

E’ questa la politica a due velocità: i ricchi sempre più connessi, affluenti, centrali, mobili, innovativi. I poveri sempre più lontani da ogni centro, sempre più marginali e, in definitiva, senza voce.

Io amo il progresso e la tecnologia. Ma penso, se fossi un politico, che mi spenderei per avere mille treni che viaggiano a 120 km/h in più tra capoluoghi e periferie regionali italiane, piuttosto che un solo treno che viaggia a 300 km/h tra valli vicine e già perfettamente connesse.

E penso che, in un paese minimamente dignitoso, un amministratore delegato di ferrovie che continuano a chiamarsi di Stato (un ex sindacalista, peraltro…) che dichiara “non è conveniente per noi il trasporto locale” e cancella il treno notturno Lecce - Roma, vada semplicemente costretto alle dimissioni. Perché questo discorso può legittimamente farlo il sig. Montezemolo, proprietario di treni privati. Non l’AD delle Fer-ro-vi-e del-lo Sta-to!

Ma, si sa, viviamo l’epoca in cui una ricca egoista, ossessionata dalle proprie elezioni in Germania, impone a 26 paesi di ingoiare il pareggio di bilancio per legge. Che significa, semplicemente, rinunciare alla leva pubblica. Ammazzare la politica e far vincere la finanza e la legge dello spread.

E allora si, ha ragione l’odiosissimo Moretti, a pensare e dire che, le Francesca di tutto il meridione, dovranno alzarsi tutta la vita alle 5 per garantirsi, semplicemente, il lavoro. E, con esso, la dignità che Moretti, Merkel e molti altri, hanno completamente perso.

PS
Ieri sono andato a Roma per importanti incontri con produzioni da portare in Puglia. Daniele - cui devo queste riflessioni - mi dice: ma se noi fossimo giovani imprenditori vogliosi di fare affari e dovessimo venire nella Capitale per incontrare possibili partner, riusciremmo mai a sostenere queste spese tutto l’anno. E con quali tempi?

Per arrivare infatti a Roma da Bari (e non dico Statte, Manfredonia, Leuca, dico Bari…), volendo atterrare a Fiumicino in orari ragionevoli, ci sono solo due voli la mattina presto. Poi niente. Arrivati a Roma a costi spesso assurdi (ma noi di AFC prendiamo sempre i voli almeno due settimane prima con tariffa super economica!), sei solo a metà dell’opera. Se prendi un taxi spendi 40 euro per giungere dentro le mura. Se vai oltre, arrivi a spendere anche 60 euro a quell’ora, rimanendo imbottigliato nell’inferno romano anche 90 minuti.
Se prendi il treno fiumicino - termini non hai fatto nulla…perché arrivato a Termini se il tuo appuntamento non è sulla linea della metropolitana, puoi attendere il taxi anche sino a 30 minuti.

Per fortuna non faccio l’imprenditore. Ma se volessi farlo, mi sarebbe già venuta voglia di mandare tutti a quel paese.
Ma quale?!


No, zero, off.

19 12 11 @ 10:57  silvio.maselli

Oggi è tutto un trionfo di film no budget, zero budget, nu budget, crowdfunding budget.
Tra un po’ i film facciamoli gratis.
Anzi no, non facciamoli proprio e chiudiamo baracca e burattini.
Così qualche ex ministro sarà contento, no?!


Dove vorrei essere se fossi in “Midnight in Paris”

10 12 11 @ 04:48  silvio.maselli

L’ultimo film del prolifico Woody Allen è un gioiello sognante che mi riconcilia con il cinema di pura invenzione.
Di solito non mi appassiona questo tipo di cinema: per formazione e ideologia, ho sempre amato del cinema, la sua capacità di stordire lo spettatore con verità imponenti, con scenari avvolgenti, con il punto di vista del suo autore. Kaurismaki, per esempio, come Guédiguian fanno un cinema totalmente schierato dalla parte dei perdenti e questo mi piace. Perché i vincenti sono tutti intorno a noi nella vita sognata della tv, della pubblicità e dei media. E tanto basta.

L’inizio del film di Allen mi stava innervosendo: come possono interessarmi le vicende di ricchi turisti americani nella splendente Parigi ad uso di fotocamera? Ma improvvisamente il film vira verso un onirismo sfrenato e ti getta nella macchina del tempo e dei sogni che solo il grande cinema sa creare per ciascuno di noi, immerso nel silenzio e nel buio della sala.

Tu mi provochi, caro Woody, e allora giochiamo.
Dove mi piacerebbe essere portato da quell’auto d’epoca?

Bè, non ho dubbi: mi piacerebbe essere in due posti, nel cuore di due rivoluzioni culturali che parlavano la lingua inglese.
In una delle 292 (duecento novanta due!) sere in cui i Beatles si esibirono al The Cavern di Liverpool tra il 1961 e il 1963 a sorseggiare una birra con Brian Epstein e sentire pompare nel cuore lo swing di un’epoca mai più ripetibile.

E poi via, in nave sull’oceano Atlantico, verso la New York del Greenwich Village ove nel luglio del 1961 Robert Allen Zimmerman muoveva i suoi primi passi nel folk e nel blues di tradizione goothriana. Non aveva ancora deciso di rivolgersi al tribunale per cambiare il proprio nome nella successiva leggenda vivente che ancora oggi chiamiamo riverenti Bob Dylan.

Stanotte sognerò di essere sulle barricate del maggio francese.
Sognare, infatti, non potrà mai essere tassato.
Per questo sogno ancora che un film, uno spettacolo teatrale, una canzone o un libro possano cambiare il mondo.
O perlomeno renderlo un posto migliore.


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