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Liberalizzazioni

19 01 12 @ 09:24  silvio.maselli

Raccolgo questo interessante pezzo di Maurizio Sciarra, che ringrazio, e posto:

Un po’ di cose apparentemente diverse tra loro si sono messe in fila in questi giorni e riportano il mondo dell’audiovisivo al centro dell’agenda politica di un governo che fa della trasparenza e dell’apertura dei mercati il proprio segno distintivo. Elenchiamoli, questi avvenimenti. Per prima cosa, l’asta delle frequenze. Poi, le nomine al Festival del cinema di Venezia, e a caduta quella della Festa di Roma. La cosiddetta crisi dei “cinepanettoni”. Le promesse di Monti di un intervento sulla RAI. 
Un paniere variegato, ma dalla cui analisi può emergere la costruzione di un quadro più chiaro e meno segnato da quel conflitto di interessi che, macigno inamovibile, ha segnato la storia degli ultimi 15 anni del nostro paese ed ha frenato lo sviluppo di una industria che in tutto il resto del mondo è servita come “intervento anticiclico” in questa crisi finanziaria ed economica: l’audiovisivo, il cinema, lo spettacolo, la cultura.
L’asta delle frequenze è stata una delle richieste qualificanti che, durante quello che si ricorda come il Movimento “Tutti a Casa”, che ha portato all’occupazione del tappeto rosso al Festival di Roma di due anni fa, tutto il mondo del cinema ha fatto ad un Ministro che diceva di non avere risorse per finanziare la cultura. 

Allora dicemmo che quei soldi potevano essere reperiti mettendo all’asta uno di quei beni comuni, l’etere, che in tutte le costruzioni fantascientifiche del futuro fatto dagli scrittori del secolo scorso non veniva ipotizzato come ricchezza dei popoli, e che oggi diventa strategico per lo sviluppo delle economie immateriali. Un bene che se messo all’asta, potrebbe creare oltre alla ricchezza “economica” anche un’altra ricchezza, che forse ci sta più a cuore : la ricchezza delle idee e dei linguaggi. Quella richiesta ci serviva anche per iniziare a riaffermare un altro principio: chi utilizza il cinema e l’audiovisivo per fare affari, deve contribuire al finanziamento di quel settore, che altrimenti non trova forme per remunerarsi. Sembrava una battaglia persa, avevamo un ministro che pareva ricordare meglio la sua passata (?) occupazione che il giuramento di fedeltà alla Costituzione su cui si basava il suo mandato. Sembrava, come ci dissero allora i produttori, una battaglia contro i mulini a vento.
Ma a volte anche i Don Chisciotte li possono battere, i mulini a vento! Oggi aspettiamo di vedere come sarà impostata l’asta, e come saranno utilizzati i proventi, che sicuramente saranno cospicui. Io, da parte mia, vorrei che questa fosse l’occasione per una apertura dei mercati delle “infrastrutture della conoscenza e della cultura”. Perché continuare a pensare le frequenze in funzione di una tv generalista che sta per scomparire e non invece come uno dei primi passi verso una dorsale di frequenze messe a disposizione di produttori e autori indipendenti, di chi fa televisione in un altro modo e qualche volta vuole accedere alle diffusioni “in grande stile”, di chi crea contenuti e però non ha accesso alle autostrade della trasmissione? Vorrei che venisse finalmente sviluppato quel settore che non è più avveniristico ma di pressante attualità, le TV over the top, la trasmissione di contenuti per IPad, quella che è sempre più la mega convergenza che soltanto pochi anni fa sembrava irraggiungibile. 

E qui si apre un’altra finestra. Come mai proprio la tv pubblica, che è stata storicamente all’avanguardia dell’innovazione tecnologica (i famosi ingegneri della RAI erano invidiati in tutto il mondo, neanche la BBC ce li aveva!) oggi non ha un progetto per il web, per la over the top, e usa i tanti canali digitali in suo possesso per veicolare merci anonime, senza creare palinsesti e proposte culturali per quei pubblici differenti, finalmente motivati e consapevoli che devono trovare altrove il soddisfacimento del loro bisogno? 

Da qui l’invito al Governo Monti a pensare alla “liberazione” della RAI fuori dalla logica della dittatura dell’informazione. La cattiva politica ha sempre guardato alla RAI come alla possibilità di “farsi vedere” e di veicolare informazioni pilotate. Le guerre alla direzione dei TG si sono combattute sempre per minuti o mezz’ore in più rispetto all’avversario, da confondere con una propaganda che si è fatta via via più volgare e settaria. Ma oggi è sotto gli occhi di tutti che quando le coscienze si svegliano, la domanda di cultura supera quella dell’informazione, sulle tv tradizionali. 
Per le infrastrutture tecnologiche di cui disponiamo (a proposito, possiamo ritornare a parlare di banda larga e cablaggio esteso, con accessi liberi, con questo Governo? Possiamo chiedere un forte antitrust per la proprietà delle torri di trasmissione? Magari con la gestione di una società “terza” rispetto ai broadcaster?) l’informazione può essere fruita liberamente attraverso internet, e questo ha decretato il crollo dei TG burletta, della Velina eletta a metodo di lavoro del giornalista; ma ancora c’è bisogno dell’etere (per poco, credo) per fruire comodamente e con qualità alta di cinema e spettacolo. 

E allora la RAI deve riacquistare la capacità di progettare e finanziare l’immaginario collettivo, fatto di voci e storie diverse, non più soltanto di “prima serata di RAI 1″ come il padrone della fiction dice da anni di dover fare. Si sa, quando i canali di diffusione sono pochi e in mano ad ancora meno soggetti, l’omologazione è la prassi! Come per esempio sta succedendo al cinema, da qualche anno a questa parte. Certo, le quote di cinema italiano non sono mai state così alte, ma vogliamo dirci che la qualità non sempre è all’altezza? Vogliamo dirci soprattutto che c’è la dittatura della commedia, imposta dai due centri decisionali che determinano i film che si producono? 

Quando le integrazioni verticali sono forti, e sono poche, c’è automaticamente restringimento di idee e di linguaggi. E così siamo oggi alla scoperta dell’acqua calda. “Il cinepanettone non piace più”! Ma dai! E’ la stessa storia della FIAT che si ostina a puntare tutto sulla Panda, e quando la Panda non serve più, dice che sono i consumatori che si sono stufati. Nessuno ha messo in campo sperimentazione o soltanto differenziazione dei generi, e quando si arriverà (non è un augurio ma una mera constatazione) alla crisi della commedia, passeremo un anno almeno a vedere film di altre nazioni che hanno realizzato generi e storie diversi, con toni e argomenti differenti. E anche qui sono le infrastrutture che vanno liberate. 

Catene distributive che fanno capo ai due grandi broadcaster, che dettano legge sulla scelta delle storie, e per uno dei grandi network un sistema di distribuzione e sale (molti multiplex) tarati ad accettare quel tipo di prodotto e non altro. Non si ha piena consapevolezza di un vero obbrobrio di una nazione che si dice liberale: pochi uomini in Italia determinano la programmazione delle sale cinematografiche, e quasi nessuno dei padroni dei cinema è libero di programmare quello che vuole, se vuol dare da mangiare alla famiglia. Non ci sono soltanto i tassisti contro cui scagliarsi, oggi! Però le faide interne al centro destra di governo degli enti locali, ci ricordano che ancora il cinema riveste una sua funzione diciamo così di “sottogoverno”. Basta pensare al miracolo compiuto da Galan poche ore prima di andar via di nominare Marzullo in una delle più delicate commissioni ministeriali, quella appunto che determina i finanziamenti alle manifestazioni di promozione del cinema italiano. E alle faide sulla direzione del festival di Roma. Il cinema, i festival servono allora come vetrina per tagli di nastri e tappeti rossi, anche quando li si è vituperati fino ad un’ora prima. La produzione di cinema e fiction serve a creare finte imprese per esercitare sottogoverno. 
Ecco, questo è tutto quello che vorremmo vedere spazzato via, da un governo che finalmente parla una lingua che a volte possiamo anche non condividere, ma che tuttavia ascoltiamo con interesse e fiducia.

Fonte: http://www.articolo21.org/4553/notizia/liberalizzare-laudiovisivo.html


Numeri fatti, tendenze e commenti

13 01 12 @ 09:51  silvio.maselli

Roberta Romei

ROMA – 12 GENNAIO 2012 – Il segno negativo circa presenze e incassi nei cinema italiani ( - 7,92% di presenze e -10,03% di incassi nel 2011 rispetto al 2010; -14,23% di presenze e -14,69% di incassi nel periodo natalizio dal 16 dicembre al 6 gennaio, nel confronto dei due anni), che emerge dai dati Cinetel illustrati oggi in conferenza stampa dai presidenti dell’Anec (Lionello Cerri), dell’Anica (Riccardo Tozzi), dell’Anem (Carlo Bernaschi)e di Cinetel (Richard Borg), preoccupa ma non sorprende l’industria italiana convinta della buona salute della produzione nazionale e delle sue potenzialità che dovranno, secondo i rappresentanti di tutti i settori della categoria, essere esaltate lavorando su più campi, dalla produzione alla distribuzione all’esercizio, senza tralasciare né la pirateria né gli investimenti televisivi.(foto,da sin. a destra,Tozzi,Bernaschi,Borg e Cerri)
Nel 2011 la quota di mercato del cinema italiano è aumentata (con le coproduzioni è arrivata al 37,51% di presenze e al 35,53% di incassi, rispetto al 2010, che contava 31,90% di presenze e 29,17% di incassi), mentre è diminuita del 10% quella del cinema americano che non ha potuto contare su un film della forza di Avatar ( nel 2011: 46,70% di presenze e 48,46% di incassi; nel 2010: 56,89% di presenze e 60,15% di incassi). Complessivamente i film italiani con le coproduzioni insieme ai film europei hanno superato nel 2011 la quota americana, visto che hanno coperto il 51,28% di presenze e il 49,37% di incassi.
“Il dato italiano è importante” ha sottolineato Lionello Cerri (presidente Anec), ottimista per il futuro: “abbiamo visto un buon prodotto italiano ed europeo alle Giornate Professionali di Sorrento e tutto ci fa pensare che abbiamo buone possibilità di avere un 2012 simile al 2010, quando superammo i 110 milioni di spettatori”. Oltre la produzione e la distribuzione di buoni film – secondo il presidente dell’Anec - dovrà essere resa più razionale la distribuzione delle sale, aprendone di nuove laddove non ci sono e moltiplicando gli schermi laddove necessario, per un’offerta che risponda alle esigenze di tutti i pubblici e faccia della sala un punto di aggregazione sociale; ci si dovrà impegnare per riportare i giovani al cinema educandoli sia sul fronte artistico sia contro l’illegalità rappresentata dalla pirateria, e tutta l’industria dovrà continuare, come sta facendo ora, a lavorare insieme in un percorso comune. Tra gli impegni da realizzare a breve quello per una forte iniziativa promozionale che valorizzi i film e i cinema. Non sono sufficienti le risorse pubbliche messe a disposizione dallo Stato, quindi ne vanno ricercate altre, e Cerri ipotizza una lotteria nazionale che, come in Inghilterra, finanzi il cinema.
Anche Carlo Bernaschi (presidente Anem) vuole ripristinare le iniziative promozionali che in Italia vennero realizzate alla fine degli anni ‘90. “Insieme all’Anec e ai distributori dobbiamo pensare ad una storica operazione, ad una Festa che riporti in sala i non spettatori. E lo dobbiamo fare nel 2012, che sarà un anno difficile, di sacrifici e serietà, nel quale tutte le categorie professionali del cinema dovranno essere unite per raggiungere grandi traguardi”. Soddisfatto Bernaschi per i risultati ottenuti dai multiplex: “il 54% dei biglietti nel 2011 è stato staccato nei multiplex, con il 56% del fatturato del settore”.
Per Riccardo Tozzi (presidente Anica) va sottolineato un dato positivo - la quota di mercato del cinema italiano ha superato il 37%, “una quota stellare” – e va esaminata una serie di problemi: il cinema italiano non deve essere offerto in modo discontinuo, ma costantemente e in un maggior numero di sale, soprattutto nei centri urbani dove c’è un pubblico che apprezza di più i film italiani e il cinema di qualità (”lavoriamo- auspica Tozzi – per un circuito di multisale urbane, che non sia più ostacolato dai tanti lacci burocratici che tuttora allontanano gli investimenti dei privati”); la produzione di film italiani deve aumentare e deve diversificarsi per evitare che la commedia diventi un monoprodotto; non devono diminuire gli investimenti televisivi nella produzione di film e deve essere difeso il Fus destinato al cinema.
Per Richard Borg (presidente Cinetel e da oggi presidente dei distributori Anica) una prospettiva positiva si delinea se non si trascura la lotta al consumo illegale di film – elemento di grande rilevanza anche per Cerri, Bernaschi e Tozzi - sull’esempio di quello che fa la Francia con la sua legge antipirateria e se si sfruttano le potenzialità del digitale che, se non ha contribuito ad aumentare il pubblico, può, però, portare maggiore flessibilità nella programmazione delle sale, soprattutto delle monosale, dando agli spettatori la possibilità di vedere più film.

Fonte: http://www.giornaledellospettacolo.it/news-e-attualita/news/8974-cinema-come-migliorare-i-dati-di-mercato-del-2011.html


Furbizie tecniche e commerciali.

12 01 12 @ 02:52  silvio.maselli

Gustoso e triste, dice una mia amica.

FULVIA CAPRARA
ROMA
Un tempo la colpa era tutta della tv commerciale. Solo sul piccolo schermo, soprattutto quello privato, era permesso “spezzare le emozioni”, torturare il telespettatore di film con l’orrida punizione dello spot pubblicitario inserito tra capo e collo, nel bel mezzo della più appassionante delle storie. Adesso, nel 2012, dopo le battaglie e le leggi, dopo le videocassette, i dvd, il satellite, la tv-fai-date, il palinsesto autogestito, lo spot torna a farla da padrone nel posto dove non avremmo mai pensato potesse accadere. Quale? La sala, luogo principe della visione, tempio, ancora per tanti, del cinema doc. Lo stratagemma è furbo, tecnico, e molto criptato nel senso che, nell’ambiente, quasi tutti lo conoscono, ma nessuno ne parla. Si basa sull’uso dei proiettori che possono essere leggermente velocizzati, ovvero mandati “a passo 25 invece che a 24″. Cioè? Il ritmo con cui i fotogrammi si susseguono viene leggermente aumentato: “Ogni 25 se ne può rubare uno, il che vuol dire che su un film di due ore si guadagnano 5-6 minuti”. E a che può servire quella manciata di attimi? A inserire gli spot pubblicitari che, per contratto, i proprietari delle sale sono tenuti a programmare, visto che le inserzioni costano, si vendono, e quindi devono necessariamente raggiungere il pubblico. Risultato: “I film in sala si vedono proprio come in tv, dove vanno già in onda a passo 25″.

L’accelerazione è ovviamente contenuta, non stiamo parlando di pellicole trasformate in farse alla Ridolini, però si fa, e succede che ogni tanto qualcuno se ne accorga: “Tecnicamente - ammette il presidente dell’Anec Lionello Cerri - è possibile, anche se un orecchio e un occhio capaci se ne accorgono subito. Non credo sia una pratica così diffusa e riconosciuta, magari è solo episodica, voglio dire non scientificamente organizzata, magari è solo il proiezionista di quella certa sala che una sera ha più fretta di andarsene a casa”. Oltre che agli inserimenti pubblicitari, la velocizzazione può essere utile quando si ha a che fare con film-fiume. In quel caso risparmiare tempo può servire a inserire nella programmazione uno spettacolo in più, la leggenda dei cinematografari dice che, ai tempi del primo Titanic, erano in tanti gli esercenti che premevano sull’acceleratore: “Non credo - ribatte Cerri - non è che se si risparmiano 5 minuti, puoi guadagnare una proiezione in più”.

Le opinioni, però, sono diverse, e, se si fa attenzione, anche un briciolo di secondo può tornare utile: “Su quattro programmazioni - spiega Paolo Pozzi, direttore della distribuzione della super-major Medusa - si potrebbero recuperare quasi 40 minuti”. Minuti che servono a tante cose, perché, in sala, prima che parta la pellicola per cui si è pagato il biglietto, devono susseguirsi diversi avvenimenti, quella famosa ritualità che rende così speciale l’esperienza del film visto in platea: “Bisogna calcolare la durata del film, i 12 minuti di pubblicità regolarmente acquistati, i 5 di intervallo, quelli per i trailer. Alla fine si fa un conto, si vede quanti spettacoli possono essere organizzati e in quali orari, se non è possibile far rientrare tutto, allora si decide di velocizzare”. Che, poi, dice Pozzi, lucido e pragmatico come il premier Monti cui somiglia, “significa vedere i film come poi li vedremo in tv”. L’unica salvezza è il digitale: “Lì non si può fare, almeno che non sia stato fatto in origine”.

Sulla sala, l’altare, per antonomasia, della fruizione cinematografica, quello per la cui sopravvivenza ci si spende, in tempi di scarico selvaggio, cala, inevitabile, un velo di tristezza. Anche perché, gratta gratta, le cattive abitudini sono anche altre. Per esempio? Far saltare i trailer “in testa ai film”. Ovvero, sulla copia del film da proiettare il distributore ha attaccato il trailer di un altro film del suo listino, nella speranza di far venire al pubblico la voglia di vedere anche quello: “Più volte accade che il trailer salti, cioè venga tagliato”. Il pubblico sente solo una specie di curioso singhiozzo (gli esperti parlano di “sgancio audio” e “fuori-sinc”), ma la sensazione è quella. Il punto, e viene da riflettere, è che il metodo televisivo ha contagiato quello cinematografico. Gli spezzoni pubblicitari delle pellicole sono a pagamento da pochi anni, quindi esistono regole, tariffe, norme, e non è pensabile che, se un film è più lungo, salti un pezzettino di immagini profumatamente pagate. Insomma, i tempi sono cambiati. Basta pensare che nella vecchia legge sul cinema (1213, del 1965), c’era scritto che i messaggi promozionali dovevano essere proiettati nelle sale con le luci accese, dispositivo che permetteva allo spettatore di occupare il tempo in altre attività. Oggi è tutto il contrario. Meglio un consiglio per gli acquisti in più che una briciola d’attore in meno.

Fonte: http://www3.lastampa.it/spettacoli/sezioni/articolo/lstp/437896/


La nuova Cinecittà

12 01 12 @ 09:04  silvio.maselli

Il 28 dicembre 2011 Cinecittà Luce s.p.a, Istituto Luce – Cinecittà S.r.L., i segretari nazionali di Slc Cgil – Fistel Cisl e Uilcom Uil , il consigliere delegato dell’associazione stampa romana,la Rsu aziendale, il direttore generale per il cinema dei Beni Culturali hanno firmato l’accordo per il trasferimento di 54 dipendenti al MiBAC, e per l’organigramma della nuova società Istituto Luce Cinecittà srl (il cui amministratore delegato sarà Roberto Cicutto, ndr) costituita in data 11 novembre 2011, in ottemperanza del Decreto Legge 6 luglio n. 98, convertito in Legge 15 luglio 2011, n. 111.
“E’ un passo importante della riforma – si legge in un comunicato di Istituto Luce Cinecittà - che è stato conseguito grazie al senso di responsabilità dei lavoratori, delle loro rappresentanze sindacali e degli sforzi fatti dall’azienda per mantenere il livello di occupazione necessario allo svolgimento delle attività della nuova società. In attesa del nuovo atto di indirizzo da parte del Ministro Professor Lorenzo Ornaghi, l’impegno di tutti non è solo rivolto al mantenimento delle attività principali svolte dalla Cinecittà Luce spa (conservazione e diffusione dell’archivio storico, promozione del cinema italiano classico e contemporaneo, distribuzione sul territorio nazionale di opere prime e seconde, supporto alle attività della Direzione Generale Cinema anche mediante propri organi di informazione), ma soprattutto allo sviluppo di tutte quelle opportunità che, in accordo con gli imprenditori e gli autori cinematografici, sono essenziali per la crescita della nostra industria cinematografica”ı. Il trasferimento del patrimonio di Cinecittà Luce alla nuova società (terreni, beni materiali e immateriali compresa la library, etc…) “è il punto di partenza per consolidare la nostra azione e dare attuazione al piano di sviluppo cui l’azienda si è impegnata verso i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali, ma ancor più verso il mondo della cultura e dell’imprenditoria perché Istituto Luce Cinecittà srl sviluppi sempre più efficacemente la sua attività di valorizzazione del patrimonio e di supporto alla crescita culturale e industriale del nostro cinema”.

Fonte: e-duesse.it


I nostri limiti strutturali.

12 01 12 @ 09:29  silvio.maselli

Ecco di cosa parliamo quando si citano i limiti strutturali del nostro Paese…

E’ partita ufficialmente ieri l’avventura europea di Netflix che, come anticipato da e-duesse (vedi agenzia http://www.e-duesse.it/News/Home-video/Netflix-l-Italia-puo-attendere-117154) esordisce dapprima nei mercati di Gran Bretagna e Irlanda (dovrebbe esserci come successiva tappa la Spagna) entrando in diretta competizione con il suo servizio di streaming con, tra gli altri, Lovefilm e Amazon.
Il servizio è quindi disponibile in Uk al prezzo di 5,99 sterline (in Irlanda 6,99 euro) mensili, tariffa flat che consente di accedere all’offerta di titoli per il VOD. Tra gli studios che hanno siglato un deal con Neflix vi sono Disney UK & Ireland, Lionsgate Uk, MGM, Miramax, NBC Universal, Paramount, Sony Pictures, 20th Century Fox e Viacom.
Come è noto l’Italia, pur essendo considerata un mercato potenzialmente interessante, non rientra nei piani immediati della società guidata da Reed Hastings; certamente il lento sviluppo della Banda Larga frena al momento ogni possibile investimento.

Fonte: e-duesse.it


Analisi sull’esistente

10 01 12 @ 10:51  silvio.maselli

Raccolgo in creative commons questa lunga riflessione di Luca Scandale e ve la inoltro. Va letta.

“Ieri per la prima volta ho visto il Grande Fratello. Ho twettato e seguito su facebook le evoluzioni. Immerso nel nulla cosmico dei social media, ho tradito il talk show a cui sono fedele “L’Infedele”. Una trasmissione anni ‘70. Non guardo più Ballarò, tantomeno Santoro. E confesso neanche Fiorello, né X-factor. Sky, il calcio, il cinema (anche in streaming), non mi fanno sentire la mancanza della politica-pop. Né della tv generalista. Che guardo, come il 90% degli italiani, formando le mie opinioni. Perchè mentre inseguiamo la “coda lunga”, il contagio culturale di massa è ancora in tv.

E il GF è stato “la tv” del 2000. Il tele-voto, il pathos dell’eliminazione, l’affermazione dell’estetica del nulla. In Italia è stato la rappresentazione plastica dell’ “egemonia sotto-culturale” che ha sbattuto Gramsci in soffitta. I reality sono un fenomeno global, ma in Italia la tv pubblica ha inseguito il privato. Avendo –unici al mondo- 7/8 talk-show insieme. Che con “Amici” e “Uomini e Donne” sono la base culturale di una generazione.
L’offerta ha generato domanda nel mercato e nei processi culturali. E il consumo ha provocato addiction (dipendenza). Affetti dal learning by doing, si è appreso consumando e la dipendenza è aumentata. Il consumo di prodotti semifori come il GF ha generato contagio di opinioni. La matrice delle interazioni sociali si è permeata nella visione individuale. E si è trasformata in coscienza collettiva. Il Grande Fratello così ha veicolato un “modello”. In un processo di auto-legittimazione culturale.

Ora però, ascolti alla mano, il GF è in crisi.
Ma è in crisi il “modello”? Si va affermando un modello alternativo di successo nella giovane Italia dei “neet” (not in education, employment or training)? O è in crisi il “mezzo” (la tv)? E quindi il “messaggio”? Ammesso che sia così, non per questo è in crisi il “modello” che sta dietro al messaggio. Oppure banalmente il Grande Fratello è diventato lento? Non genera pathos. Il televoto è stato superato dalla logica “mi piace”. E il GF non mi piace. Perché è cool dirlo. Che non mi piace. Sui social media. Quindi parafrasando una vecchia canzone: facebook killed the tv stars?

No, non è certo la rete che potrà generare dal basso una rivoluzione culturale pari a quella dei reality. Non in Italia perlomeno. Se pensassimo questo dovremmo credere che i prosumer (i consumatori che si fanno produttori) siano meglio dei broadcaster. Ed è qui la trappola della presunta “saggezza della folla”. Se la folla è stata mandata al macello culturale per dieci anni, cosa vi aspettate che produca? Un #occupysticazzi che si squaglia con l’arrivo del primo freddo. O un Teatro Valle con Guzzanti e Germano. I neuroni ora sono a specchio sul web: riflettono quel “modello” anche tra gli indignati contro il GF.
Infatti, come recenti ricerche dimostrano, la rete tende ad appiattire, conformare, semplificare. Quando invece oggi occorre complessità. In rete la saggezza della folla non vale perché ci si omologa. E il contagio delle opinioni è basato sugli “amici”. Se non la pensi come me, alla fine ti cancello. E se voglio dire “non mi piace” non posso dirlo con un tasto. Se “mi piace” invece si.

Le rivoluzioni culturali, perché di questo ci sarebbe bisogno, invece, la fanno le idee, non i tweet. Le rivoluzioni sono coscienze collettive in movimento, mosse dalle idee. Nelle reti sociali si vive di “esperienze”. Che hanno una forza debole rispetto dalle “idee”. Quelli che guardano il GF sono una comunità. Hanno legami forti, dei valori condivisi. Invece dall’altra parte, in rete, vincono i pensieri e i legami deboli. C’è molta più appartenenza nella community del GF, c’è vera empatia col successo di chi entra nella casa. Che non nella massa informe in rete che contemporaneamente guarda la tv (appunto) o è intenta a fare self-marketing postando qua e là foto, video e altre amenità.

Per questo gli indigados de noiartri invece che inseguire il “modello” GF, dovrebbero provare a creare una “coscienza collettiva”, puntare al trasferimento di conoscenza e di valori, alla costruzione di pensieri forti e di coscienza di “classe”. Anche perché se è vero che una generazione non è una classe per definizione. E’ altrettanto vero che in questa fase storica in parte lo è, e certamente non è solo un target da aggredire nel mercato della politica, parlando un linguaggio che sia comprensibile. Cioè semplice, rapido, banale, al più divertente, purchè frutti nell’immediato un risultato. Perchè altrimenti anche quelli che si oppongono culturalmente al GF rischiano di diventarne lo specchio, in una nemesi tra politica-pop, tv, cinema e star system, che scimmiotta l’originale senza averne la forza evocativa e il pensiero forte.

Ed è questo il limite della forma liquida della politica e dei partiti che oggi non a caso godono della fiducia di 4 italiani su 100. E ci scommetterei di 0 su 100 nei giovani che guardano il GF o che si indignano. Perché sussumendo i valori “estetici” dominanti, li hanno fatti propri nel leaderismo o nel parlare facile, nello “smacchiare i giaguari” o nel “che c’azzecca”. Se fa così, la politica si butta all’inseguimento di una generazione senza coglierne la portata culturale. Dentro le prime crepe del Movimento 5 Stelle, sul danaro e sulla rappresentanza (sic!), c’è uno spazio nuovo per chi vuol parlare a questa generazione. La retorica anti-casta infatti è destinata a sfiorire con la vittoria stessa di questi movimenti. Per questo nutro ancora una speranza: basta riprendere con forza le trame di un pensiero forte. Purchè non sia come filare e non tessere. Inseguire cioè una generazione banalizzando i messaggi, sarebbe come avere e non essere.

Occorre invece tessere una trama intra-generazionale e inter-generazionale, per evitare che in Italia anche fra vent’anni vinca la “peggiocrazia”. Tra gli eredi del GF e i satiri delle tv, saranno classe dirigente solo quelli che avevano un posto garantito dai genitori. E gli altri che non studiano né cercano lavoro, resteranno per sempre a guardare il dito e non la luna. Saranno il loro pubblico pagante, pronti a votare per un leader forte, fortissimo, purchè telegenico e social-mediatico. Se in questa aporia, nessuno sarà in grado di produrre un nuovo “modello” di successo. Allora i “peggiocrati” avranno ancora la meglio. Sono già qui, dietro l’angolo pronti a governare tra qualche anno. Quelli che si sono salvati al momento, sono i 2 milioni di Italiani di under 35 che se sono andati dall’Italia, dal 2000 ad oggi. Loro il Grande Fratello se lo sono scansato. E hanno lasciato a noi, il gusto amaro della lotta in salita contro i mulini a vento.”

Fonte: http://www.go-bari.it/notizie/editoriale/5785-il-grande-fratello-e-la-peggiocrazia-che-ci-aspetta.html


Un mondo di innovatori

09 01 12 @ 08:42  silvio.maselli

Il mondo delle film commission è vivo e si nutre quotidianamente di buone idee, come questa dei nostri ottimi colleghi friulani.

La Friuli Venezia Giulia Film Commission ha lanciato “Il cinema in salotto”, un’iniziativa che permette agli abitanti del Friuli Venezia Giulia di mettere a disposizione la propria casa, ufficio o esercizio commerciale come possibile set per una produzione cinematografica.
Basta inviare un massimo di dieci fotografie e chiedere che vengano inserite nell’archivio location a disposizione delle produzioni, senza impegno da entrambe le parti. Non ci sono limiti di metratura, a patto che non si tratti di appartamenti o stanze troppo piccole perché, oltre allo spazio di scena, va sempre calcolato quello per la troupe al lavoro.
Le immagini saranno utilizzate dalla Film Commission per proporre, senza scopo di lucro, la location alle produzioni cine-televisive che girano in Friuli Venezia Giulia e quindi creare il contatto con la produzione. Le foto inviate non saranno mai messe online.
Per maggiori informazioni: 
www.fvgfilmcommission.com
info@fvgfilmcommission.com


A Roma bel pasticcio. No comment.

02 01 12 @ 09:44  silvio.maselli

DOPO ZINGARETTI, IL PD LANCIA GOFFREDO BETTINI CONTRO MULLER 

Sento il dovere di intervenire circa il Festival del Cinema di Roma, avendolo insieme con Veltroni, fondato e poi diretto, come presidente, nei suoi primi tre anni di vita. È stata l’esperienza più bella della mia vita: grazie a un gruppo di professionisti straordinari si è costruito da zero un evento culturale tra i più importanti nel mondo. Tuttavia, ci toccò contrastare veti, diffidenze e volgarità. Un po’ in solitudine: tutto, infatti, si è realizzato con risorse locali e con un autofinanziamento che nessun altro festival può vantare.
Per preservare questo gioiello, immediatamente dopo la vittoria di Alemanno, decisi di lasciare il mio incarico. Era evidente l’imbarazzo politico mio e del sindaco. Chiesi solo il rispetto per un patrimonio ormai di tutti. Rispetto che, fino a qualche giorno fa, in verità c’è stato. Così nel corso degli ultimi anni si sono rasserenati gli animi e le collaborazioni intrecciate positivamente. Grazie anche a tante persone di buona volontà (oltre la sinistra) che hanno facilitato il dialogo: Giampaolo Letta, Andrea Mondello, Salvo Nastasi e altri amici del festival.
Tutto quindi ci si poteva aspettare, tranne un colpo di mano, che produce scasso e prepotenza. Scasso: perché è impensabile decidere un nuovo direttore artistico all’insaputa del presidente Rondi, che è il solo titolato ad avanzare la proposta nel cda e che già pubblicamente si è espresso per la riconferma della sua squadra; così come è impensabile concertare la designazione in una riunione (di partito?) tra soli due soci, escludendo tutti, compreso il presidente della provincia Zingaretti che, in proporzione alle sue disponibilità, dà un contributo assai rilevante alla manifestazione. Vi immaginate il governatore del Veneto che impone il direttore della Mostra di Venezia?
Ma, anche, prepotenza. Perché qui non si sta discutendo sulle capacità di Müller. Qui prima di tutto si sta decidendo di rimuovere una delle più brave professioniste italiane, senza averle dato minimamente la possibilità di esprimere le sue idee per il futuro e di resocontare i risultati ottenuti. Stiamo parlando di Piera Detassis, la quale con sobrietà, pazienza, tenacia, intelligenza e signorilità (dote poco apprezzata nelle stanze della presidente Polverini) ha costruito pezzo per pezzo, e in armonia, l’edificio del festival.

Si è detto: ma quest’anno è emerso un deficit di 1.300.000 euro. E’ una vera vigliaccata attaccare con questo falso argomento: il ministro Galan ha dimezzato il già esiguo contributo governativo; gli sponsor privati (di cui vive il festival) hanno risentito inevitabilmente di una crisi drammatica; la regione tanto attiva sugli organigrammi, dal 2009 non versa 3 milioni del suo contributo dovuto determinando così pesantissimi interessi passivi. Rondi e il direttore generale Francesca Via, hanno, in realtà, già fatto miracoli tagliando 5 milioni di uscite rispetto al passato.
Infine, la mia opinione su Müller. Non discuto le sue doti. Discuto l’opportunità di metterlo al posto della Detassis. Le idee che ha espresso (sentendosi già inelegantemente direttore artistico) sono, al netto di un po’ di fumo, esattamente quello che ha fatto e può fare di più il Festival di Roma; la sua cifra alternativa a Venezia per la quale anch’io mi sono tanto battuto. Così come è sconcertante (cito ancora la Polverini) sostenere che Müller garantirà un rango internazionale all’evento; il quale, fin dalla prima edizione si è affermato come una grande vetrina mondiale.
Insomma il mio timore, è invece, che Müller dopo aver consumato rotture difficilmente sanabili prima con Roma e poi con Venezia, porti una carica di conflittualità e di rivalsa assai dannosa. Non so come andrà a finire. Se Rondi verrà epurato. Se i membri a dir poco perplessi del cda verranno coartati. Se la provincia sarà costretta a prendere atto della sua esclusione totale. Non mi pare scontato. Vedremo. I rapporti di forza sono quelli che sono. E la destra, anche sul cinema pare ragionare come su tutte le altre aziende: da padrona. Ma i rapporti di forza non sono eterni. (Goffredo Bettini)

2- LETTERA A DAGOSPIA CONTRO GOFFREDO BETTINI

1- Goffredo Bettini è sceso in campo dopo un silenzio di anni per difendere la nomina della Detassis motivandola come una lotta di principio e di merito contro i soprusi della destra.
La verità è che l’entrata in scena della Polverini, con la candidatura di Muller, ha completamente sconvolto il disegno di Bettini, il quale contava di far riconfermare Rondi per un anno in maniera tale che la carica di presidente si fosse resa disponibile l’anno successivo in concomitanza con le date per l’elezione del sindaco, cosicchè, in caso di vittoria di Zingaretti, che è cresciuto ed è stato designato come candidato alla Provincia nell’entourage di Bettini, lo stesso Bettini avrebbe potuto aspirare al ritorno alla Presidenza del Festival che dovette lasciare dopo la vittoria di Alemanno.
Non solo la politica. Ma molti sanno che Bettini sta difendendo strenuamente interessi molto particolari: la sorella, Fabia, infatti, è consulente della Detassis che la nominò in questo ruolo dopo essere stata nominata direttore: l’azzeramento voluto da Alemanno, come è evidente, lascerebbe a casa tutte le collaborazioni legate alle attuali cariche. Compresa quella di curatore della sezione Alice, Gianluca Giannelli, marito di Fabia e cognato di Bettini: quest’ ultimo ha provveduto a piazzare nel festival, proprio come il più tradizionale politico di destra, molte persone a lui legate da vincolo familiare.
In Inghilterra, in Francia e in Germania, permetterebbero mai ad un politico di entrare così pesantemente in gioco se legato da rapporti di parentela cosi stretti con membri coinvolti in una istituzione oggetto di tale polemica? Il conflitto di interessi, non era un tratto caratteristico della destra? Ed è anche questa la ragione per la quale la posizione ufficiale del PD appare assai più sfumata su Muller, esprimendo anche un certo imbarazzo per le posizioni così polemiche di Bettini e del PD romano che ha trasformato il più brillante e avanguardista Direttore della Biennale, ovvero Muller, in un rappresentante della destra e Rondi e Detassis (che dirige un mensile della Mondadori, “Ciak”), in campioni della sinistra?
2- Ora la sinistra difende il lavoro della Detassis ma tutti sanno, e hanno scritto, che il concorso internazionale del Festival di Roma è sempre stato la sezione più debole e discutibile (tanto che la giuria internazionale, quest’ anno, si è lamentata per il basso livello della selezione: Morricone se ne è dovuto fare portavoce). E’ questa la vera ragione per la quale il lavoro della Detassis viene considerato largamente insufficiente sia dai soci sia da tutti gli operatori specializzati, mentre il prestigio di Muller viene comprensibilmente ritenuto un fattore decisivo per elevare il livello del concorso, responsabilità della Detassis, le cui performance sono stati insufficienti e stentate in tutti i suoi tre anni di direzione.
3- Tutto questo disegna un panorama della sinistra che conferma mancanza di lucidità, scarsissimo coordinamento interno, progetti dettati unicamente da ambizioni personali, interessi familiari e calcoli politici. L’ultima cosa che interessa a questa sinistra è la cultura: possibile che nessun membro di livello, da Bersani in giù, abbia pensato di intervenire in quella che Bettini ha trasformato in una guerra personale, locale e provinciale?
(Ignoto)

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-il-futuro-del-festival-del-cinema-di-roma-si-sta-trasformando-in-guerra-33872.htm


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02 01 12 @ 09:47  silvio.maselli

DOPO ZINGARETTI, IL PD LANCIA GOFFREDO BETTINI CONTRO MULLER 

Sento il dovere di intervenire circa il Festival del Cinema di Roma, avendolo insieme con Veltroni, fondato e poi diretto, come presidente, nei suoi primi tre anni di vita. È stata l’esperienza più bella della mia vita: grazie a un gruppo di professionisti straordinari si è costruito da zero un evento culturale tra i più importanti nel mondo. Tuttavia, ci toccò contrastare veti, diffidenze e volgarità. Un po’ in solitudine: tutto, infatti, si è realizzato con risorse locali e con un autofinanziamento che nessun altro festival può vantare.
Per preservare questo gioiello, immediatamente dopo la vittoria di Alemanno, decisi di lasciare il mio incarico. Era evidente l’imbarazzo politico mio e del sindaco. Chiesi solo il rispetto per un patrimonio ormai di tutti. Rispetto che, fino a qualche giorno fa, in verità c’è stato. Così nel corso degli ultimi anni si sono rasserenati gli animi e le collaborazioni intrecciate positivamente. Grazie anche a tante persone di buona volontà (oltre la sinistra) che hanno facilitato il dialogo: Giampaolo Letta, Andrea Mondello, Salvo Nastasi e altri amici del festival.
Tutto quindi ci si poteva aspettare, tranne un colpo di mano, che produce scasso e prepotenza. Scasso: perché è impensabile decidere un nuovo direttore artistico all’insaputa del presidente Rondi, che è il solo titolato ad avanzare la proposta nel cda e che già pubblicamente si è espresso per la riconferma della sua squadra; così come è impensabile concertare la designazione in una riunione (di partito?) tra soli due soci, escludendo tutti, compreso il presidente della provincia Zingaretti che, in proporzione alle sue disponibilità, dà un contributo assai rilevante alla manifestazione. Vi immaginate il governatore del Veneto che impone il direttore della Mostra di Venezia?
Ma, anche, prepotenza. Perché qui non si sta discutendo sulle capacità di Müller. Qui prima di tutto si sta decidendo di rimuovere una delle più brave professioniste italiane, senza averle dato minimamente la possibilità di esprimere le sue idee per il futuro e di resocontare i risultati ottenuti. Stiamo parlando di Piera Detassis, la quale con sobrietà, pazienza, tenacia, intelligenza e signorilità (dote poco apprezzata nelle stanze della presidente Polverini) ha costruito pezzo per pezzo, e in armonia, l’edificio del festival.

Si è detto: ma quest’anno è emerso un deficit di 1.300.000 euro. E’ una vera vigliaccata attaccare con questo falso argomento: il ministro Galan ha dimezzato il già esiguo contributo governativo; gli sponsor privati (di cui vive il festival) hanno risentito inevitabilmente di una crisi drammatica; la regione tanto attiva sugli organigrammi, dal 2009 non versa 3 milioni del suo contributo dovuto determinando così pesantissimi interessi passivi. Rondi e il direttore generale Francesca Via, hanno, in realtà, già fatto miracoli tagliando 5 milioni di uscite rispetto al passato.
Infine, la mia opinione su Müller. Non discuto le sue doti. Discuto l’opportunità di metterlo al posto della Detassis. Le idee che ha espresso (sentendosi già inelegantemente direttore artistico) sono, al netto di un po’ di fumo, esattamente quello che ha fatto e può fare di più il Festival di Roma; la sua cifra alternativa a Venezia per la quale anch’io mi sono tanto battuto. Così come è sconcertante (cito ancora la Polverini) sostenere che Müller garantirà un rango internazionale all’evento; il quale, fin dalla prima edizione si è affermato come una grande vetrina mondiale.
Insomma il mio timore, è invece, che Müller dopo aver consumato rotture difficilmente sanabili prima con Roma e poi con Venezia, porti una carica di conflittualità e di rivalsa assai dannosa. Non so come andrà a finire. Se Rondi verrà epurato. Se i membri a dir poco perplessi del cda verranno coartati. Se la provincia sarà costretta a prendere atto della sua esclusione totale. Non mi pare scontato. Vedremo. I rapporti di forza sono quelli che sono. E la destra, anche sul cinema pare ragionare come su tutte le altre aziende: da padrona. Ma i rapporti di forza non sono eterni. (Goffredo Bettini)

2- LETTERA A DAGOSPIA CONTRO GOFFREDO BETTINI

1- Goffredo Bettini è sceso in campo dopo un silenzio di anni per difendere la nomina della Detassis motivandola come una lotta di principio e di merito contro i soprusi della destra.
La verità è che l’entrata in scena della Polverini, con la candidatura di Muller, ha completamente sconvolto il disegno di Bettini, il quale contava di far riconfermare Rondi per un anno in maniera tale che la carica di presidente si fosse resa disponibile l’anno successivo in concomitanza con le date per l’elezione del sindaco, cosicchè, in caso di vittoria di Zingaretti, che è cresciuto ed è stato designato come candidato alla Provincia nell’entourage di Bettini, lo stesso Bettini avrebbe potuto aspirare al ritorno alla Presidenza del Festival che dovette lasciare dopo la vittoria di Alemanno.
Non solo la politica. Ma molti sanno che Bettini sta difendendo strenuamente interessi molto particolari: la sorella, Fabia, infatti, è consulente della Detassis che la nominò in questo ruolo dopo essere stata nominata direttore: l’azzeramento voluto da Alemanno, come è evidente, lascerebbe a casa tutte le collaborazioni legate alle attuali cariche. Compresa quella di curatore della sezione Alice, Gianluca Giannelli, marito di Fabia e cognato di Bettini: quest’ ultimo ha provveduto a piazzare nel festival, proprio come il più tradizionale politico di destra, molte persone a lui legate da vincolo familiare.
In Inghilterra, in Francia e in Germania, permetterebbero mai ad un politico di entrare così pesantemente in gioco se legato da rapporti di parentela cosi stretti con membri coinvolti in una istituzione oggetto di tale polemica? Il conflitto di interessi, non era un tratto caratteristico della destra? Ed è anche questa la ragione per la quale la posizione ufficiale del PD appare assai più sfumata su Muller, esprimendo anche un certo imbarazzo per le posizioni così polemiche di Bettini e del PD romano che ha trasformato il più brillante e avanguardista Direttore della Biennale, ovvero Muller, in un rappresentante della destra e Rondi e Detassis (che dirige un mensile della Mondadori, “Ciak”), in campioni della sinistra?
2- Ora la sinistra difende il lavoro della Detassis ma tutti sanno, e hanno scritto, che il concorso internazionale del Festival di Roma è sempre stato la sezione più debole e discutibile (tanto che la giuria internazionale, quest’ anno, si è lamentata per il basso livello della selezione: Morricone se ne è dovuto fare portavoce). E’ questa la vera ragione per la quale il lavoro della Detassis viene considerato largamente insufficiente sia dai soci sia da tutti gli operatori specializzati, mentre il prestigio di Muller viene comprensibilmente ritenuto un fattore decisivo per elevare il livello del concorso, responsabilità della Detassis, le cui performance sono stati insufficienti e stentate in tutti i suoi tre anni di direzione.
3- Tutto questo disegna un panorama della sinistra che conferma mancanza di lucidità, scarsissimo coordinamento interno, progetti dettati unicamente da ambizioni personali, interessi familiari e calcoli politici. L’ultima cosa che interessa a questa sinistra è la cultura: possibile che nessun membro di livello, da Bersani in giù, abbia pensato di intervenire in quella che Bettini ha trasformato in una guerra personale, locale e provinciale?
(Ignoto)

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/1-il-futuro-del-festival-del-cinema-di-roma-si-sta-trasformando-in-guerra-33872.htm


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