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Vent’anni e poi basta

13 06 12 @ 01:52  silvio.maselli

Quando arrivai a Roma per lavoro, dodici anni fa, mi affacciai ansioso di assistere a visioni distoniche, al cinema Intrastevere per “Arcipelago”, nato nel 1992, tra i primissimi festival di cortometraggi in Italia.
Dopo vent’anni, Arcipelago chiude. Proprio nell’anno in cui dedica la propria edizione ad un uomo grande, dolce, deliziosamente “altro” come Corso Salani.

Appresa la notizia sono stato invaso da una infinita tristezza: se ne va il mio mondo, non so come dirla meglio di così. Il mondo degli scopritori, dei pionieri, di una generazione ontologicamente precaria e per questo curiosa e innovatrice. I figli degli anni novanta, la generazione x e tutte le etichette possibili non dicono abbastanza di un mondo che non scompare, ma decide di immergersi nel sottobosco, alla ricerca di riparo.

Mentre in Consiglio comunale si prendono a mazzate per privatizzare un altro gioiello romano, l’Acea, succede che la politica, le istituzioni, gli sponsor si disinteressino ad uno dei più importanti momenti di scoperta di cinema del futuro. Senza Arcipelago gente come Garrone o Winspeare non sarebbe mai emersa così rapidamente. Senza Arcipelago e senza l’Acea e senza tante altre cose che stanno massacrando, Roma non sarà più la stessa attraente, ammaliante sirena che ci ha chiamati a lei in anni passati. Sarà una città morta, come le anime di Gogol, alla ricerca di niente che non sia il solo business.

Senza Arcipelago siamo più tristi e più soli al mondo.


Nella crisi i consumi culturali non calano

12 06 12 @ 03:57  silvio.maselli

Fonte: http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2012/06/12/news/la_crisi_non_tocca_la_cultura_nel_2011_la_spesa_cresce_del_2_6_-37035598/?ref=HREC1-5

La crisi in Italia si fa sentire in tutti i campi, ma non spaventa la cultura. Nel 2011nel nostro Paese la spesa delle famiglie in questo settore ha raggiunto 70,9 miliardi di euro, con un incremento del 2,6% rispetto al 2010. Lo rivelano i dati contenuti nel Rapporto annuale Federculture 2012 ‘Cultura e sviluppo. La scelta per salvare l’Italia’, che sottolineano come musei e teatri vincano la sfida con vestiario, calzature e generi alimentari, per i quali la spesa è cresciuta nell’ultimo anno dell’1,3% per le prime due voci e 1,2% per la terza.

In uno scenario di crisi in campo economico, politico e sociale senza precedenti per l’Italia, il settore della cultura dimostra ancora vitalità e grandi potenzialità di sviluppo, anche in un periodo così difficile. Nel volume presentato all’Auditorium del Museo MAXXI a Roma, si evidenzia tra l’altro che fra il 2008 e il 2011 la spesa per la cultura ha registrato un incremento del 7,2%. Ancora più evidente l’incremento nel decennio 2001-2011: ricreazione e cultura hanno registrato un +26,3%.

Bene teatri e musei. Gli italiani amano sempre di più gli intrattenimenti culturali, secondo il Rapporto. Negli ultimi dieci anni sono andati di più a teatro (+17,7%), hanno ascoltato più concerti di musica classica (+11%) e visitato più monumenti e siti archeologici (+6%), anche se bisogna considerare che nel complesso la fruizione teatrale nell’ultimo anno è calata del 2,7% e quella dei concerti del 2,8%. Ma i dati sui siti culturali statali spingono all’ottimismo: i visitatori nel 2011 sono stati oltre 40 milioni (+7,5%), per 110,4 milioni di euro di introiti lordi (+5,7%), un trend di crescita quasi costante negli ultimi 15 anni e che ha visto gli ingressi a musei e aree archeologiche passare dai 25 milioni del 1996 ai 40 di oggi (+60,2%). “Il nostro patrimonio di arti e di saperi è un vero capitale, non solo culturale, ma economico - afferma Roberto Grossi, Presidente di Federculture nel suo saggio di introduzione al volume - Ma il punto è che la ricchezza economica non è generata dalla quantità o dall’importanza dei beni culturali. Magari bastasse essere il Paese che ha il maggior numero di siti Unesco (47 su 936), la maggior quantità di aree archeologiche, musei, chiese, archivi storici rispetto a ogni altro Paese al mondo. La domanda culturale cresce in relazione allo sviluppo delle politiche culturali e a quello del sistema di produzione e di offerta. Per questo serve una politica pubblica”. Positivo anche l’andamento del turismo, con il 5,4% in più di arrivi di viaggiatori stranieri rispetto al 2010.

Investimenti in calo. Sempre più evidente è la riduzione del finanziamento pubblico alla cultura: negli ultimi dieci anni il bilancio del MIBAC è diminuito del 36,4%, arrivando nel 2011 a 1.425 milioni di euro contro i 2.120 del 2001. In rapporto al bilancio totale dello Stato lo stanziamento per la cultura ne rappresenta solo lo 0,19%, mentre è appena lo 0,11% del Pil. Cifre cui si è giunti dopo un lungo declino della spesa pubblica per la cultura. Basta pensare che dopo la guerra, quando il Paese doveva essere ricostruito e i cittadini avevano bisogno di ritrovare speranza per il futuro, lo Stato destinava alla cultura lo 0,8% della spesa totale (1955), cioè il quadruplo di quanto investe oggi. Stessa sorte ha avuto il Fondo Unico per lo Spettacolo, che dai 501 milioni di euro del 2002 è stato ridotto ai 411 milioni di euro del 2012, diminuendo in un decennio del 17,9%. A questo si aggiunge il venire meno delle risorse investite dagli Enti Locali, in particolare dai Comuni. Una ricerca contenuta nel Rapporto su un campione di 15 Comuni (tra cui Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma, Torino) dimostra come tra il 2008 e il 2011 la spesa culturale delle amministrazioni comunali, in particolare per la parte relativa agli investimenti, sia diminuita mediamente del 35%. L’incidenza della voce cultura sui bilancio comunali, nelle amministrazioni considerate, scende al 2,6%. Proiettando questi valori sul totale della spesa in cultura dei Comuni (circa 2,3 miliardi di euro fino al 2009) si può parlare di una perdita per il settore di circa 500 milioni di euro.

Sul fronte dei privati le sponsorizzazioni, verso tutti i settori, negli ultimi tre anni sono andate progressivamente diminuendo. Dal 2008 si registra un calo del 25,8%. Per il 2012 si prevede un’ulteriore contrazione del 5%. Ma ben più penalizzate sono le sponsorizzazioni destinate alla cultura che nel 2011 sono state pari a 166 milioni di euro, l’8,3% in meno rispetto al 2010, mentre dal 2008 al 2011 hanno subito un crollo del 38,3%. Una drastica discesa dovuta non solo per la minore disponibilità economica delle imprese, ma anche allo scenario di incertezza e al calo dell’intervento pubblico che scoraggia l’impegno dei privati. Restano, invece, praticamente invariate le erogazioni alla cultura da parte delle fondazioni bancarie.

Un valore da difendere. Il nostro Paese, stando alla classifica del Country Brand Index, è al primo posto per l’attrattiva legata alla cultura. Stando ai più recenti dati UNCTAD (United Nation Conference on Trade and Development), nel 2010 il valore dell’export italiano di beni creativi è stato di oltre 23 miliardi di dollari, in crescita dell’11,3% rispetto al 2009. In questo settore abbiamo ancora quote di mercato significative: 17% dell’export europeo e il 6% di quello mondiale. L’Italia mantiene una posizione di leadership: siamo il quarto Paese al mondo per esportazioni di beni creativi, mentre in particolare per il design siamo primo Paese esportatore tra le economie del G8. “La cultura è, insomma, una grande industria capace di produrre beni e servizi made in Italy che originano anzitutto da un’esperienza che si sviluppa in un contesto unico e originale - dice Grossi - Il settore delle industrie culturali e creative, oggi stimato valere il 4,5% del Pil europeo e il 3,8% degli occupati totali, sarà nei prossimi anni in grande espansione. Ma mentre gli altri Paesi, nostri concorrenti, hanno già fatto delle scelte, noi non abbiamo ancora cominciato a discutere”.

Emergenza educazione. C’è, però, un’emergenza a cui, stando al Rapporto, bisogna fare fronte al più presto. Il nostro sistema formativo, infatti, sembra perdere capacità di attrarre giovani. Dall’anno accademico 2003/2004 a quello 2009/2010 gli iscritti all’Accademia Nazionale di Arte e all’Accademia Nazionale di Danza sono diminuiti rispettivamente del 7,5% e del 23%. Nell’ultimo anno sono crollate le immatricolazioni negli atenei italiani, i nuovi iscritti sono il 60% dei diplomati. Erano il 70% dieci anni fa. Nella classifica internazionale delle migliori università al mondo, per l’anno accademico 2011/2012, nessuno dei nostri istituti è tra i primi 100: l’Università di Bologna compare, prima tra le italiane, in 183ma posizione; solo 210ma la “Sapienza” di Roma. Siamo tra gli ultimi in Europa per spesa nell’istruzione pubblica: investiamo nel settore il 4,8% del Pil, contro l’8% della Danimarca, il 6,9 dell’Inghilterra, o il 6,2% della Francia. “Il tema della formazione è cruciale. L’istruzione è una chiave dello sviluppo, anche di quello economico - conclude Grossi - Serve una rivoluzione culturale a partire dalla diffusione della conoscenza e dei valori della nostra tradizione per superare il naufragio delle idee e delle risorse creative. Ma soprattutto per risalire la china e affermare un modello di sviluppo che faccia stare meglio gli italiani, premi la qualità e il lavoro, ridia l’orgoglio alla nazione rafforzando il senso d’appartenenza dei cittadini”.


Evviva la concorrenza

12 06 12 @ 09:01  silvio.maselli

I signori che governano la SIAE han deciso di trasformarsi in società per azioni e come SpA cercano di aumentare il peso degli azionisti principali, gli editori. Tutto il contrario di quel che andrebbe fatto, ma anche l’anticamera per una completa liberalizzazione degli enti che si occupano di tutelare il diritto d’autore e di distribuirne gli eventuali utili. Mercato in evoluzione. Teniamolo d’occhio.

Fonte: http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/siae-o-non-siae-una-societ-per-azioni-la-societ-degli-autori-e-degli-40103.htm

A una prima lettura appare lampante come nel nuovo statuto l’assemblea, eletta da tutti gli iscritti, sia ridotta a organo puramente formale, mentre il potere passa nelle mani del “Consiglio di gestione”, né più né meno che un CdA.
Viene poi accresciuto il potere del voto pesante, per cui all’iscritto - editore o autore - che incassa di più corrisponde un voto che vale di più rispetto agli altri. Il modello, ben noto, è quello delle SpA, con gli iscritti trasformati in azionisti: una scelta per molti versi singolare. Infatti, la Società italiana degli autori e degli editori nasce non per spacchettare dei proventi del diritto d’autore, ma per tutelare il diritto d’autore e gli aventi diritto, ovvero gli autori e in seconda battuta gli editori, per la parte di diritto d’autore che gli autori cedono loro.
Le ripartizioni economiche sono quindi solo un compito, ancorché importante, di Siae. 

Il nuovo statuto è invece favorevole agli editori, tant’è che negli organi elettivi i rappresentanti restano divisi a metà, mentre nel resto d’Europa sono per due terzi appannaggio degli autori e solo per un terzo degli editori.
Tuttavia per la sua missione istituzionale e non solo economica, Siae gode, unica in Europa, di un regime di monopolio. Se ridotta a una SpA distributrice di soldi, si spalancherebbero le porte alla richiesta, avanzata già da tempo, di cessazione del monopolio e di creazione di analoghe società in regime di concorrenza.



Due tendenze

11 06 12 @ 10:02  silvio.maselli

Le agenzie oggi parlano di queste due tendenze che ci portano al nanismo industriale.
Perché se è vero che occorre far costare meno un film, è parimenti chiaro che il progetto di Rai Cinema di finanziare opere prime da 200mila euro abbasserà drammaticamente la qualità (dallo script al cast) e la distribuzione alternativa non è detto aiuti il cinema “minore” a emergere sino al punto da far nascere nuovi autori e produttori. Un film nano avrà una audience nana.
Tuttavia è questa la tendenza e con essa dobbiamo fare i conti.

“Mentre i numeri degli spettatori in sala tornano a scendere, il 2012 registra due fenomeni in controtendenza per il cinema italiano. Il numero crescente di opere prime e seconde in produzione e lo spazio che si stanno conquistando, fra circuito off, rete e tecnologie digitali e satellitari, le distribuzioni alternative. Una crescita confermata anche dalle richieste di finanziamento al Ministero: 143 nelle tre sessioni del 2010, 172 nel 2011 e 72 nella sola prima sessione del 2012″

Fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cinema/2012/06/10/Cinema-boom-opere-prime-distribuzioni_7012905.html


Cambiamenti

11 06 12 @ 07:04  silvio.maselli

Ci sono piccoli ma essenziali cambiamenti come l’ingresso in ANICA degli esportatori di film riuniti sotto la sigla “Unefa” che fanno sperare per il futuro.
Certo però non dev’essere facile la vita di Riccardo Tozzi.

Fonte: e-duesse
“La Giunta dell’Anica, ha approvato l’adesione all’Associazione da parte degli esportatori Unefa, con l’obiettivo di costituire una nuova Sezione all’interno dell’ Anica composta dalle imprese che operano nel settore dell’esportazione del cinema italiano. Nella stessa riunione, l’organo di governo dell’Associazione ha designato il presidente Riccardo Tozzi a ricoprire la carica di presidente del Consiglio di Amministrazione della controllata Anica Servizi, al posto di Paolo Ferrari, nominato presidente della Fondazione Cinema per Roma. La Giunta ha infine ringraziato calorosamente Lamberto Mancini, che ha lasciato la carica di segretario generale dell’Anica a seguito della sua nomina a direttore generale della stessa Fondazione, per la proficua attività svolta nel processo di riorganizzazione dell’associazione. Le funzioni di segretario generale sono state assegnate ai vicepresidenti Angelo Barbagallo, presidente della sezione produttori, e Richard Borg, presidente della sezione distributori.”


Presidenze

05 06 12 @ 11:02  silvio.maselli

Ci sono presidenze utili perché autorevoli, capaci di aiutare il management prendendosi cura delle relazioni istituzionali, del peso politico dell’ente amministrato, della visione.
Poi ci sono le presidenze inutili, quelle che si esprimono a botte di vacui richiami al nulla.

Come questo signore che, in molti ci si chiede, ma che diamine stia a fare ancora lì. Al pari dei consiglieri di centrosinistra che ancora non si sono dimessi, lasciando il cerino in mano agli scandalosi emissari del protervo potere pidiellino, morto nella società (forse), ma vivissimo nei gangli del potere morente.

E poi c’è ancora chi, nel Pd, ritiene sbagliate le posizioni di Fassina che invoca le elezioni anticipate a ottobre. Bah. Io questi strateghi non li capisco…

Fonte: e-duesse.it

“Il cda di ieri ha approvato i palinsesti Rai autunno 2012-inverno 2013, appena in tempo per la presentazione del 18 e 20 giugno agli investitori pubblicitari. Il piano del dg Lorenza Lei ha avuto l’ok del presidente Paolo Garimberti e dei consiglieri di centrodestra Alessio Gorla, Guglielmo Rositani, Antonio Verro e Giovanna Bianchi Clerici. È stato determinante il voto di Garimberti, che si era astenuto la settimana scorsa dopo aver visto, nella prima serata di RaiDue, al posto di Michele Santoro, “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli. Ora, al posto di “Annozero”, compare un generico spazio informativo. L’auspicio del presidente è che il dopo-Santoro venga a affidato a “un professionista giovane, interno all’azienda e di qualità”. Garimberti ha fatto sapere tuttavia di mantenere le sue perplessità sui palinsesti “per la loro debolezza” e di averli approvati, tecnicamente solo per una presa d’atto, per non bloccare l’azienda e dare certezze a chi lavora nelle produzioni e alla Sipra.”

“Prima dell’assemblea degli azionisti Rai fissata per mercoledì 6 giugno, il premier Mario Monti potrebbe procedere all’indicazione del presidente e del consigliere in quota al Tesoro. Oggi Monti riunirà il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, il viceministro all’economia Vittorio Grilli e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Antonio Catricalà. Anche se il Pd conferma la linea di non voler indicare nomi con l’attuale sistema di nomina della legge Gasparri, il segretario Pier Luigi Bersani sarebbe disponibile a votare in Vigilanza il presidente e i consiglieri proposti da Monti (”purché siano realmente super partes”), in modo da permettere il raggiungimento della maggioranza dei 2/3 e sciogliere il nodo del cda di Viale Mazzini. Intanto, al cda di oggi il dg Lorenza Lei porterà una nuova proposta per i palinsesti autunnali Rai: tra le modifiche, sparisce dal prime time del giovedì “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli.”


Sky, Mediaset e gli ammericani

05 06 12 @ 11:02  silvio.maselli

Fedele Confalonieri se la prende con il Financial Times reo di aver detto quel che tutti gli italiani civilizzati e scolarizzati pensano: la free tv generalista italiana fa schifo, non programma cinema di qualità, non investe su fiction di qualità, non crea né vende nuovi format capaci di essere apprezzati fuori dal contesto nazionale.
Mi vengono in mente due ricerche: una realizzata da IsiCult proprio per conto di Mediaset, molto molto ampia, documentata e interessante, sull’Italia audiovisiva e televisiva, che racconta come il mezzo TV sia ancora decisivo, ma anche di come stia modificandosi con ritmi pachidermici.
L’altra della Fondazione Rosselli sul mondo Sky e su quanto la piattaforma di Murdoch (peraltro detestabile magnate o tycoon dei media) abbia innovato, a botte di un’offerta di grande quantità e qualità, anche in termini di tecnologie.

Dunque non capisco proprio di cosa si lamenti il fedele capo di Mediaset. Fedele a un padrone, appunto, che non ha mai consentito al sistema radiotelevisivo italiano di innovarsi davvero, costringendolo nel duopolio serrato a doppia mandata che ha impigrito i cervelli di telespettatori e di responsabili dei palinsesti. Oltre a mangiarsi tutta la pubblicità grazie alla gestione oligopolista di quel “monstrum” dell’Auditel italico. D’altra parte se non ci fosse stata Sky davvero credete che Mediaset avrebbe investito nel Premium con tale velocità?
Sono di parte? Troppo politico questo post?
La prova del nove sono gli indici di borsa: anche quelli vanno letti per capirci qualcosa di questa lenta transizione verso l’oblio.
Da due anni i titoli di Mediaset sono disastrosi e da quando Lui non è più Premier vanno ancora peggio.
Ecco perché è sceso in campo anni e anni fa.
Chi può dire il contrario suvvia?

Fonte: e-duesse.it

Un insulto all’intera televisione free italiana: così Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, ha replicato all’articolo del “Financial Times” che criticava la programmazione generalista Rai e Mediaset (”Competitive challenges make picture bleak for Mediaset”) definendola “priva di immaginazione, se non imbecille”. L’offerta dei due broadcaster è, ha spiegato Confalonieri, ricca e superiore alla media dei broadcaster di tutto il mondo. Confalonieri cita “Il fardello dell’uomo bianco” di Rudyard Kipling, spiegando che politica, economia e cultura non sono in questo caso le questioni in ballo, bensì l’arroganza che sfocia nel razzismo, con la differenza che il testo di Kipling si riferiva all’India del 1899, “mentre il signor Barber (autore dell’articolo, ndr.) invoca l’arrivo della civiltà in Italia”. Stoccata anche per Sky, citata dal “Financial Times” come il simbolo del cambiamento tecnologico in Italia (”Barber mostra di un’idea chiara di chi porta avanti nel mondo moderno il fardello della nostra “civilizzazione”, scrive Confalonieri): a questo il presidente Mediaset ha risposto con “God save the screen”, Dio salvi lo schermo.


Reconsumption

05 06 12 @ 10:16  silvio.maselli

Tu prendi il manuale, leggi, studi e impari la teoria di Hermann Heinrich Von Gossen (http://homepage.newschool.edu/~het/profiles/gossen.htm) sulla “legge del piacere decrescente” secondo il quale un consumatore diminuirà il proprio piacere a fruire di un bene o servizio, tante più volte lo fruirà.
Motivo per il quale è assai difficile per chi fa il nostro lavoro prevedere la reazione del pubblico ai prodotti audiovisivi che proponi e che, dunque, occorre anticipare il pubblico. Che poi è il mestiere più bello che esista, cioè quello del produttore o del programmatore televisivo. Quel professionista in grado di captare le tendenze e di proporle ai propri pubblici avrà la meglio sui competitori e farà la nuova tendenza.

Poi però arriva una ricercatrice di marketing e ti dimostra, con questa ricerca, che tutti noi abbiamo bisogno di conferme razionali ed emotive alle nostre - già acquisite conoscenze - sicché “riconsumiamo”.
Interessante no?

“La quasi totalità delle persone rivede più volte lo stesso film, ascolta più volte la stessa canzone e va in vacanza sempre nello stesso posto, perché da questi comportamenti reiterati si soddisfano diverse necessità psicologiche.

Il fenomeno è stato analizzato da Cristel Russell, professore di marketing alla American University di Washington, che lo ha chiamato ’re-consumption’, ’fruizione ripetuta’. I dettagli della sua ricerca saranno pubblicati nel numero di agosto di Journal of Consumer Research, ma i risultati preliminari sono già disponibili. Il consumo reiterato di un’opera musicale o cinematografica si motiva con la garanzia dei risultati di azioni ripetute e la soddisfazione delle repliche deriva da una migliore visione. Inoltre, le persone continuano a guardare con interesse anche film già visti nella prospettiva di riscoprire piccoli dettagli che potrebbero aver dimenticato. “I comportamenti basati sul re-consumption ’soddisfano’ cinque necessità: regressiva, progressiva, ricostruttiva, relazionale e riflessiva”, ha detto la Russell.

Lo stesso vale per la rilettura dei libri e il ritorno nelle solite località di vacanza: secondo la ricercatrice la ragione è molto più complessa della semplice nostalgia. Le motivazioni per cui le persone si prendono del tempo libero per ripetere sempre la stessa attività sono “profonde e toccanti”, ha detto la ricercatrice, che ha condotto lo studio insieme a Sidney Levy. Naturalmente, dietro il reconsumption si celano anche risvolti economici. “Comprendendo questo fenomeno - ha concluso - le imprese potranno capire meglio i propri clienti e creare prodotti che saranno usati infinite volte”.”

Fonte: http://www3.lastampa.it/costume/sezioni/articolo/lstp/456905/
Thanks to Daniela.


Conseguenze

04 06 12 @ 10:23  silvio.maselli

Mi chiedo spesso, ora che ho un figlio, se avesse oggi diciotto anni (mancano quasi diciasette anni a quel momento, dunque ne parleremo tra un po’, dai…), che facoltà frequenterebbe. Rectius: frequenterebbe l’Università? E se si, quale facoltà?
Me lo domando perché penso che, per fare il nostro lavoro di manager culturali e direttori creativi, nessuna facoltà sia migliore della cara, vecchia Scienze politiche.

Lo dico con cognizione di causa: io mi sono laureato da scienziato politico e se non avessi avuto quella formazione lì, quegli stimoli ricchissimi di conseguenze culturali, oggi non mi appassionerei - ad esempio - alle 23.10 di un lunedì pre estivo, dopo aver visto addormentarsi mio figlio, alle analisi realizzate da alcuni ricercatori sugli impatti della televisione digitale satellitare in Italia, oppure non leggerei lo speciale della IsiCult su Millecanali e non mi fermerei a riflettere sui temi della fiction italiana di cui parla Prima Comunicazione.

Nel 2011, ad esempio, i canali digitali satellitari italiani hanno raggiunto il 27,9% dell’ascolto medio giornaliero. Questo dato va messo a confronto con il sondaggio EMG del lunedì (che idea geniale quella di Enrico Mentana, suvvia, questo sì che si chiama giornalismo politico!) che ci racconta come un italiano su cinque voterebbe oggi il Movimento 5 stelle (dunque non una persona, un leader, un simbolo, ma altri cittadini attivi) e con il fatto che oltre un cittadino su tre NON andrebbe proprio a votare oggi.

Una visione olistica suggerisce di non fermarsi a un solo dato per trarre generiche, quanto illusorie teorie. Tuttavia l’intuizione assiste chi per anni ha studiato fatti e tendenze del mercato dei media e culturale, al pari di quello elettorale. Ed io penso che nulla di buono si sta preparando all’orizzonte. Almeno sino a quando qualcosa non accadrà. Se accadrà.

Le conseguenze su di noi, sono, per ora, che i commissioning editors televisivi non sanno che pesci prendere e che il “cinema che gira intorno” sembra condannato ad andar sul velluto, dentro una coazione a ripetere vecchi stereotipi (vedasi l’esempio de “I soliti idioti 2″).

E gli italiani che possono, allora, si rifugiano in tutte le possibili piattaforme alternative. Gonfiandole sino al punto che alternativa sarà, finalmente, la “casalinga di Voghera”.

Chissà, forse mio figlio non studierà e si dedicherà a fare il collaboratore domestico, oppure il tardo grillino. Hai visto mai?!


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