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Un pensiero semplice

17 06 10 @ 08:59  silvio.maselli

Sono direttore generale di una fondazione pubblica.
Gestisco un budget di alcuni milioni di euro l’anno.
Sono una brava persona, nel senso che provenendo da una famiglia della media borghesia urbana, i miei genitori mi hanno insegnato per prima cosa il valore della onestà.
“Vergognati solo se rubi”, mi diceva mio padre da bambino, quando arrossivo per qualcosa o qualcuno.

Parlo molto al telefono. In larghissima prevalenza telefonate di lavoro: produttori che chiedono informazioni, organizzatori generali con cui discutiamo di modalità produttive dei film da girare in Puglia, colleghi italiani ed europei con cui discutiamo del nostro mercato, assessori, dirigenti e funzionari della Pubblica amministrazione, videomaker e registi, attori e attrici o aspiranti tali, direttori di festival, fornitori e così via elencando.

Molti cercano tramite me di capire come finanziare le proprie opere. Potrei approfittarne, ma non so nemmeno come si possa fare. E, per mettere me stesso e gli amministratori della Fondazione al riparo da ogni tentazione, ho elaborato - con la consulenza di un legale, perchè dagli avvocati si va prima, non dopo che la frittata è fatta - un regolamento per il sostegno ai film, uno per l’acquisto di beni e servizi pedissequamente ricalcato sul codice degli appalti pubblici, uno sull’assunzione di personale.
Se fossi intercettato, annoierei a morte il tecnico ascoltatore ed il magistrato indagante. Non ho scheletri nell’armadio, non ho segreti di sorta, e se pure avessi l’amante non me ne vergognerei avendo trasformato il mio cattolicesimo di origine dogmatica infantile, in fattore culturale prospettico, espungendone gli aspetti più deteriori come il senso di colpa.

E allora mi e vi chiedo: se il Premier dice che siamo tutti intercettati, oltre ad aggiungere tessere alla sua teoria della paura, è forse perché ha molto da nascondere. Non trovate?

Fonte: http://www.corriere.it/politica/10_giugno_16/berlusconi-tutti-spiati_d69fb890-792c-11df-ad02-00144f02aabe.shtml


“Un’Italia che non riesce, non sa ragionare nel merito”

11 06 10 @ 09:56  silvio.maselli

Mi piace spaziare, leggere e ascoltare le opinioni altrui, ho le mie simpatie e le antipatie. Come tutti.
Ho letto i classici del pensiero liberale, del pensiero socialista, di quello cattolico.
Quel che so, è che oggi non vorrei essere al posto di un giornalista, di un editore, di un deputato di minoranza o di un finiano.
Ecco cosa dice l’editoriale di Fare futuro web a proposito della IGNOBILE legge sulle intercettazioni:

Si poteva fare di più e di meglio, forse

Intercettazioni, inutile
nascondere la delusione

di Filippo Rossi
Lettera aperta ai delusi.

E sì, perché questa storia delle intercettazioni, inutile negarlo, non va giù a molti. E, anche questa volta, non è affatto questione di destra e sinistra. Anche questa volta, la gabbia del bipolarismo italiano non riesce a interpretare una società molto, molto più complessa. Una società che di fronte a una “legge simbolo”, una “legge manifesto”, non può che dividersi senza seguire le dicotomie standardizzate di un bipolarismo annoiato. Ed è per questo che, allora, chi si trova in mezzo al guado, chi cerca di combattere una battaglia per una nuova politica all’interno di uno schieramento, non può che deludere, non può che deludere in primo luogo se stesso.

Perché si poteva fare di più e di meglio. Perché si ha la brutta sensazione di fare la foglia di fico di una decisione che non piace. Perché - come ha detto Fabio Granata ieri - sulla lotta alla mafia ci sarebbe ancora da cambiare. E sulle sanzioni agli editori, e sulle intercettazioni ambientali, e sui limiti temporali. Tanto è cambiato: è vero. Ma tanto forse poteva ancora cambiare. Ed è inutile nasconderla, questa delusione. Inutile nasconderla questa insofferenza verso se stessi. Verso un ruolo difficile, di persone che vogliono mettere in campo tutta la propria capacità di moderazione, di dialogo, di compromesso per fare qualcosa di buono per il proprio paese dalla posizione in cui si trovano.

È meglio urlarla con tutto il fiato in gola, questa nostra delusione. Questa nostra insofferenza. Non per modificare quello che non si ha la forza di modificare, ma per mettere ancora una volta sul piatto di un dibattito, culturale prima che politico, l’anomalia pericolosa di un’Italia che non riesce, non sa ragionare nel merito. Che deve sempre tifare e alzare stendardi di parte. Che fa politica come i ragazzi della via Pal.

C’è chi ha detto che questa legge sulle intercettazioni è uno spartiacque per la democrazia italiana: di qua la dittatura, di là la democrazia. È un’evidente esagerazione, però una cosa è certa: questa legge poteva essere molto, molto migliore. Poteva limitare le esagerazioni di una pratica spiona senza limitare la libertà d’informazione. Poteva. L’elenco è lungo. Date le condizioni, questo era il massimo che si poteva ottenere. Forse. E quel forse, inutile negarlo, pesa come un macigno. Un macigno che ancora schiaccia a terra la politica italiana.

10 giugno 2010
Fonte: http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=6307&Cat=1&I=immagini/Foto+D-F/delusione_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Newsletter


Tremonti, la Puglia e Aurelio De Laurentiis.

11 06 10 @ 09:58  silvio.maselli

Confondendo un’iniziativa politica e dunque privata (Le fabbriche di Nichi) con una pubblica (i Cineporti), Giulio Tremonti ha attaccato il lavoro svolto in questi ultimi tre anni dalla giunta Vendola sul cinema e l’audiovisivo.
Il primo punto è politico: Tremonti, candidato in pectore alla successione di Berlusconi (per il terrore dei colonnelli e dei soldati della PdL con i quali mi capita spesso di parlare…perché già con Berlusconi comanda solo lui, figurati se il fiscalista fosse anche premier…), attacca nella culla il suo avversario più temibile. E lo attacca proprio nel cuore del meccanismo della costruzione di consenso. La cultura, infatti, è per Vendola quel che per Berlusconi e Tremonti sono le adunate padane o il popolo degli ipergarantiti dalla evasione fiscale autorizzata (le finte partite iva, i commercianti o i ristoratori che quando gli chiedi lo scontrino ti guardano male, gli artigiani e i liberi professionisti che se chiedi la ricevuta ti fanno pagare a parte l’iva in più, che fanno la base di questo centrodestra).

E viene in mente che Tremonti, attaccando - se permettete - anche il nostro lavoro - attacchi un intero popolo di artisti, autori, produttori che in questi (soli) tre anni di vita di Apulia Film Commission ne hanno apprezzato la qualità, l’utilità, la facilità di approccio. Ed hanno scelto sempre più numerosi di venire qui a girare i propri film, spot, documentari e cortometraggi.

Ma per capire quanto strumentale sia stato l’attacco, è opportuno vedere l’intervista al potentissimo Ministro delle Finanze, nella quale dice testualmente “che poi io manco lo so cosa è il Cineporto, cos’è un festival?”. Ecco. questo è l’altro nodo: l’attacco è gratuito e l’ignoranza è massima.

Se Tremonti venisse in questi giorni al Cineporto di Bari, ad esempio, scoprirebbe un brulicare di cittadini e di professionisti, proiezioni stampa, bambini alle prese con la visione di film, una ditta edile che sta costruendo il bar. Tutte cose che fanno muovere l’economia insieme alle idee.

Infatti i fondi con i quali abbiamo realizzato i Cineporti di Bari e Lecce sono stati erogati dalla Regione Puglia su fondi FAS, grazie all’Accordo di Programma Quadro “Sensi contemporanei” per un totale di 800.000 € per i due impianti. Chi sa di fondi pubblici, capisce bene che l’autorizzazione a spenderli è giunta da una delle direzioni del Ministero dello Sviluppo Economico. Altro che spesa leggera e libera delle regioni.

E qui veniamo al terzo nodo: le idee. Chi parla come Tremonti dimostra di avere il terrore di idee che si muovono troppo velocemente. E’ il problema del potere, direbbe Michel Foucault. La Puglia oggi va troppo veloce perché il potere possa davvero capirla. Per questo il Corriere della Sera (http://www.corriere.it/cronache/10_giugno_09/puglia-borse-studio-tasse-inattese_47963e94-73c8-11df-8fbb-00144f02aabe.shtml) dedica una modesta inchiesta alla vicenda delle borse di studio di Ritorno al futuro. Perché bisogna fare da contraltare al popolo che, in tutt’Italia, guarda alla Puglia come fenomeno. Le elites si prendono la rivincita e comincia la solita pratica denigratoria. De ja vu.

Le parole più interessanti sul nostro mestiere - ma anche preoccupanti, se viste solo dal punto di vista del prodotto Filmauro - le ha dette pochi giorni fa il produttore Aurelio De Laurentiis. Il vero problema italiano si chiama assenza di mercato. I soldi pubblici dovrebbero servire per consentire l’accesso al mercato al prodotto di qualità, ad abbassare la soglia e far crescere i talenti autoriali. Invece il feroce duo(mono)polio italiano ha massacrato gli autori e i produttori indipendenti, costringendoli a far la spola tra Rai/Medusa/Ministero per remunerare le proprie opere di ingegno. Un produttore schiavo, significa ridurne la capacità creativa.

De Laurentiis:
“I tagli al Fus? Non mi interessano; il vero problema è l’assenza di un’industria produttiva italiana”. Lo ha dichiarato ieri il produttore Aurelio De Laurentiis sul set di ‘Amici miei 400’ che Filmauro sta producendo. Ha aggiunto De Laurentiis: “È una vita che andiamo avanti mendicando inutili tozzi di pane per sopravvivere. Da noi il cinema non è supportato, è sopportato. I problemi sono di mentalità e non si risolvono certo con una manciata di soldi; il Governo, a questo, è sempre rimasto sordo, servirebbero invece leggi che ci permettano di crescere. Dicono che sperperiamo il denaro pubblico, ma dimenticano che quei soldi vengono restituiti dagli incassi dei film. Negli Usa hanno capito che investire sul cinema significava imporre la loro cultura nel mondo e ci sono riusciti. Avremmo potuto farlo anche in Italia. Ma noi sprechiamo le risorse”.

Fonti:

ROMA, 10 GIU – “Il programma elettorale del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è straordinario per le forme di impiego dei fondi pubblici: ci sono le fabbriche di Nichi, che sono dei centri sociali e il cineporto. In tempi di crisi ci vuole responsabilità da parte di tutti”. Con queste parole il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha attaccato il governatore della Puglia al termine dell’incontro con le regioni, che si è appena concluso. (ansa)

BARI, 10 GIU - ‘’Il ministro Tremonti non distingue un carciofo da un’astronave”. Con questa battuta il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, risponde in una nota alle critiche rivoltegli dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, per le forme di impiego dei fondi pubblici.

Il ministro “confonde iniziative istituzionali – dichiara Vendola – che danno lavoro perchè investono sull’industria della creatività, come l’apertura dei cineporti, con attività di volontariato politico – che come è del tutto ovvio non pesano sulle casse pubbliche – che coltivano un modello di società radicalmente diverso da quello che vorrebbe Tremonti”.

Per Vendola Tremonti con le sue dichiarazioni “cerca polemiche strumentali che distolgano l’attenzione dalla manovra del suo governo, sulla quale pende un giudizio politico da parte di tutte, sottolineo tutte, le Regioni. Manovra che è considerata – conclude – tra le più inique e inaccettabili tra quelle varate in tutta Europa”.

Tremonti su Vendola:
http://www.youtube.com/watch?v=Zhg59wXOiYw&feature=related


Siamo un paese ridicolo, dice la voce.

09 06 10 @ 12:21  silvio.maselli

Letto qui:

http://www.lavoce.info/articoli/-300parole/pagina1001754.html

Il ministro per la Semplificazione Calderoli se la prende con il presidente dell’Inter, Massimo Moratti. Il problema, secondo il ministro, è che i soldi - tanti- che l’Inter spende per i suoi calciatori e per i suoi allenatori vengono (anche) da incentivi pubblici per l’energia  prodotta con fonti rinnovabili e assimilate. Tra cui il “tar”, l’ultima scoria della lavorazione del petrolio. “Questa è roba che un’azienda dovrebbe pagare per smaltire. Invece, grazie a una legge, c’è chi la brucia e prende pure i soldi dallo stato per produrre energia pulita. Ma chi vogliono prendere in giro?”. Onestamente si fa fatica a capire. Calderoli è ministro. Se questi incentivi sono sbagliati, perché il Governo non li elimina subito? Chi dovrebbe farlo? Invece che queste sparate o le stucchevoli Robin Hood tax sui petrolieri, non sarebbe meglio che il Governo promuovesse una maggiore liberalizzazione del settore in modo da ridurre la bolletta delle famiglie? I soldi che ottiene dall’attività di famiglia, Moratti è libero di spenderli come vuole. Perché non dovrebbe spenderli per calciatori e allenatori stranieri, cosa che sembra irritare Calderoli? Secondo il ministro, Moratti rimpiange i soldi spesi per il portoghese Mourinho? E allora perché il Milan aveva lo scorso anno il brasiliano Leonardo come allenatore? E che dovrebbero dire gli inglesi o gli irlandesi che hanno un allenatore della loro Nazionale italiano? Certo, l’Inter ha avuto in questi anni delle grosse perdite. Tutte però ripianate dai soldi di Moratti. Molto peggio ha fatto il Real Madrid, con perdite ancora maggiori e con una esposizione verso le banche sempre crescente. Nel calcio, in tutto il mondo, non c’è ancora un salary cap, cioè un monte salari che nessuna squadra può superare. Ciascuna squadra spende quanto vuole. Le regole possono essere cambiate – e il Presidente dell’Uefa, Platini, sta lavorando a quello che lui definisce il fair play finanziario -  ma al momento Moratti non ha violato nessuna regola. Ha ragione Fabio Cannavaro quando dice che siamo un paese ridicolo. Solo noi abbiamo il ministro Calderoli, l’amichevole Padania - Regno dei Borboni e un capitano delle Nazionale (quella vera) che, commentando un contratto milionario con una squadra araba sottoscritto a fine carriera, dice: “L’ho fatto per una scelta di vita”.

 


La Rai sei tu.

09 06 10 @ 08:08  silvio.maselli

Se io fossi al posto di Mauro Masi, preferirei conservare la dignità dimettendomi, piuttosto che continuare a servire progetti eversivi e odiosi come la cancellazione di programmi di successo che producono fatturato, audience, allure positivo per l’azienda diretta, competizione contro Mediaset e Sky.

Ma io non sono al posto di Masi e non lavorerei mai per padroni così insopportabili.


I giovani italiani d’oggi.

06 06 10 @ 10:44  silvio.maselli

I dati Istat confermano il quadro a tinte fosche della condizione dei giovani nel nostro paese e la loro dipendenza dalla famiglia di origine. Mentre un rapporto Eurostat mostra che non solo sono una risorsa scarsa, ma anche più sprecata e meno valorizzata che altrove. Sono oltre due milioni gli under 30 che non studiano e non lavorano: sospesi in quel tempo morto che separa episodi di lavoro precario da brevi corsi di formazione, appaiono come un esercito immobile. La conseguenza è un’economia che non cresce e una società che non si rinnova.

I dati dell’ultimo Rapporto annuale dell’Istat confermano il quadro a tinte fosche della condizione dei giovani nel nostro paese. Si sta cronicizzando, in particolare, la loro dipendenza dalla famiglia di origine.

DIPENDENTI LORO MALGRADO

Alla fine degli anni Settanta c’era un’ampia omogeneità tra i paesi europei e gli Stati Uniti nei tempi di transizione verso l’indipendenza. Gran parte dei giovani lasciavano la casa paterna e formavano una loro famiglia prima dei 25 anni. Le grandi trasformazioni della modernità sembravano aver annullato alcune storiche differenze tra i vari paesi sulle caratteristiche del processo di entrata nella vita adulta.
Negli ultimi trent’anni i giovani nord-europei hanno continuato a lasciare la famiglia presto, aiutati anche da adeguate politiche di promozione e protezione dell’autonomia, nel Sud Europa è invece iniziata una fase di progressivo prolungamento dei tempi di uscita. Ai fattori culturali si sono sovrapposti sempre più quelli economici, facendo consolidare un sistema coerente caratterizzato da bassi tassi di attività e inadeguato sostegno del welfare pubblico. Tanto che se nel passato rimanevano più a lungo a coabitare con i genitori i giovani del Centro-Nord, recentemente la permanenza risulta maggiore nel Sud, ovvero nei contesti meno dinamici ed economicamente più svantaggiati.
A conferma di ciò, il rapporto Istat mostra come negli anni più recenti siano cambiati i motivi della non uscita, con una sensibile crescita delle difficoltà oggettive e corrispondente diminuzione di chi dichiara che rimane per comodità o pigrizia (i cosiddetti “bamboccioni”). Aumenta quindi di fondo la voglia di autonomia, ma non cresce la capacità dei giovani di liberarsi dalla dipendenza dai genitori.
Una situazione che la crisi ha notevolmente peggiorato, ma che era già sui livelli di guardia ancor prima di entrare in questa fase di recessione. Sempre secondo i dati di un’indagine condotta dall’Istat, tra i ventenni e i trentenni che a fine 2003 vivevano con i genitori, solo uno su cinque risultava essere uscito a inizio 2007. Tra chi aveva affermato a inizio periodo che sicuramente nei prossimi tre anni avrebbe conquistato una propria indipendenza, solo il 53 per cento è riuscito effettivamente a farlo.
Qualche chance in più riesce comunque ad averla chi investe subito e di più, chi ha forti motivazioni e le donne, le quali in tutti i contesti tendono a lasciare la famiglia di origine prima dei coetanei maschi. (1)

LO SPRECO DI CAPITALE UMANO

Quanto poco sia valorizzato il capitale umano delle nuove generazioni italiane lo testimoniano bene anche i dati del recente rapporto Eurostat “Youth in Europe – 2009 Edition”. Se si considerano i tassi di attività nella fascia 25-29 anni, l’anomalia italiana emerge non solo dai livelli - da noi molto più bassi - ma anche dal legame con il titolo di studio. Negli altri paesi, già prima dei 30 anni i laureati si trovano in vantaggio rispetto a chi è meno qualificato. Solo da noi ciò non avviene (tabella 1).

Tabella 1 - Tassi di attività in età 25-29 per titolo di studio (anno 2007)

Basso Medio Alto

Differenza

Alto-Basso

Eu-27 74.2 81.9 89.3 15.1
Italia 69.8 73.8 69.3 -0.5
Spagna 85.3 84.7 88.5 3.2
Francia 78.6 88.7 90.7 12.1
Regno Unito 68.3 84.7 92.5 24.2
Germania 67.7 81.6 92.3 24.6

Fonte: elaborazione da dati Eurostat

Lo stesso rapporto Eurostat, ricorda l’invito della Commissione Europea a considerare come elemento cruciale, per lo sviluppo sociale ed economico, la promozione di una piena partecipazione dei giovani nella società e nel mondo del lavoro. Tutti i dati a disposizione ci dicono che noi siamo uno degli Stati membri più lontani da tale obiettivo.
I giovani italiani risultano essere non solo una risorsa scarsa, ma anche più sprecata e meno valorizzata che altrove. Sono infatti oltre due milioni gli under 30 che non studiano e non lavorano. Sospesi in quel tempo morto che separa episodi di lavoro precario da brevi corsi di formazione.
Appaiono, nel rapporto Istat, come un esercito immobile. Non reso attivo da chi guida il paese per creare sviluppo e ricchezza, ma nemmeno mobilitato “dal basso” per proteste e lotte contro gli squilibri generazionali. La conseguenza è un’economia che non cresce e una società che non si rinnova. Supereremo la crisi,ma così non andremo certo lontano.

(1) Chiuri M.C. e Del Boca D., Home-leaving Decisions of Daughters and Sons Review of Economics of the household 3, 2010.

Fonte: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001743.html

 


Il potere delle soap

06 06 10 @ 09:33  silvio.maselli

FESTIVAL DELL’ECONOMIA

In Brasile con le telenovelas si fanno meno figli
In Rwanda la radiosoap che aiuta la riconciliazione

La ricerca di una docente della Bocconi dimostra l’enorme influenza che le soap opera possono avere nell’evoluzione dei costumi. In India hanno contribuito all'’occidentalizzione’ delle donne. “Sono più efficaci di due anni in più d’istruzione” dal nostro inviato ROSARIA AMATO

Il Festival dell’Economia a Trento
TRENTO - In Brasile dopo 30 anni di soap opera il numero dei figli per donna è sceso da 6 a 2. In India la Tv via cavo ha reso le donne meno sottomesse ai propri mariti, e consapevoli del fatto che essere picchiate non è una conseguenza inevitabile del matrimonio. Mentre in Rwanda una radiosoap a contenuti sociali ha spinto parte della popolazione verso la riconcilazione tra hutu e tutsi, facendo capire che obbedire a chi è più in alto nella scala sociale non sempre è un dovere, soprattutto quando l’obbedienza favorisce la violenza estrema, come è accaduto nel Paese. Le telenovelas, ha spiegato oggi al Festival dell’Economia di Trento Eliana La Ferrara, docente all’Università Bocconi di Milano, sono più efficaci della scuola e di qualunque campagna sociale nella trasmissione di idee e di valori. Che possono anche essere negativi, ma La Ferrara ha preso in esame solo effetti positivi: l’emancipazione femminile in India e in Brasile, il contributo al superamento dei conflitti tribali in Rwanda.

In India soap opera in 26 puntate come quella interpretata da Shimu, una ragazzina di 13 anni che sul piccolo schermo è Alo, una undicenne che vorrebbe continuare ad andare a scuola, ma che la nonna vuole invece costringere al matrimonio e lo zio a lavorare in una fabbrica di vestiti, è stata seguita da oltre 10 milioni di telespettatori, e ha inciso sulla visione che si ha in India del problema. “Gli insegnanti - ha scritto qualche anno fa il Washington Post - raccontano che la fotografia di Shimu è appesa in tutte le classi del Paese e che la sua storia è divenuta un simbolo della lotta per tenere le bambine a scuola”.
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Ma non solo: l’introduzione della tv via cavo in India ha portato nel Paese anche le soap opera occidentali, con donne occidentali, donne non sottomesse ai mariti, che non chiedono il permesso per uscire, curarsi o andare a trovare i parenti o le amiche. E in pochi anni, come dimostra una ricerca, anche se non sono radicalmente cambiati i comportamenti femminili, sono cambiate le opinioni. Una ricerca condotta nell’arco di tre anni, dal 2001 al 2003, dimostra infatti che, nei villaggi rurali dove è arrivata la Tv via cavo, in un anno la percentuale di donne che aspira ad avere come primo figlio un maschio scende dal 70 al 45 per cento, mentre aumenta molto l’aspirazione all’autonomia decisionale.

In Brasile le telenovelas non sono invece occidentali ma sono state prodotte nel Paese, e non si tratta certo di prodotti di serie B, ha sottolineato Eliana La Ferrara: “Negli anni della dittatura, quando non c’era libertà di parola, molti intellettuali si dedicavano alla scrittura delle soap opera, inserendovi tematiche sociali”. Nei 30 anni in cui Rede Globo ha prodotto le sue telenovelas (almeno tre per anno) nella società brasiliana ci sono stati cambiamenti radicali, e certo non possono essere attribuiti tutti alle soap opera, ha ammesso La Ferrara. Però, certo, ha suggerito l’economista, vedere sullo schermo le eroine dei drammi che, nella stragrande maggioranza dei casi non avevano figli, o al massimo ne avevano uno, avrà contribuito a far scendere drasticamente il tasso di fertilità delle donne brasiliane dai 6,3 figli del 1970 ai 2,3 del 2000.

Un effetto dirompente: “L’impatto di Rede Globo - sottolinea La Ferrara - è pari a quello di due anni di istruzione in più, oppure a quello di un medico in più ogni mille abitanti, per quel che riguarda i temi legati alla salute. Ma tutto questo è avvenuto senza che vi fosse una volontà precisa di utilizzare le soap opera per indurre cambiamenti nel comportamento delle persone”.

Al contrario di quello che è successo in Rwanda, dove una Ong, “Search for Common Grounds”, ha effettuato un esperimento, producendo due radio-soap (la televisione ha una diffusione bassissima in Rwanda, ha ricordato La Ferrara). La prima, dal titolo Musekeweya, raccontava la storia di una giovane coppia sul modello di Romeo e Giulietta, lei tutsi, lui hutu. Alla fine i due giovani riuscivano a congiungersi, e questo favoriva anche una sorta di riconciliazione tra le loro famiglie. La seconda telenovela trattava temi sanitari, in particolare la necessità di prevenire l’Aids.

Alla fine ai due gruppi di radioascoltatori è stato sottoposto un problema pratico: come bisognava comportarsi all’arrivo di un gruppo di rifugiati, di qualunque etnia fossero, nel proprio villaggio? Bisognava adoperarsi per l’accoglienza, oppure era il governo che avrebbe dovuto provvedere? Il gruppo che aveva seguito la versione adattata di Rome e Giulietta non aveva dubbi: bisognava accogliersi, senza aspettare interventi dall’alto. Mentre solo il 20 per cento dell’altro gruppo di radioascoltatori la pensava in questo modo: per l’80 per cento toccava al governo provvedere.

Dunque un esperimento positivo, tanto che, ha concluso La Ferrara, “anche negli Stati Uniti le soap opera vengono utilizzate a scopi sociali”. Persino nella popolarissima Beautiful uno dei personaggi principali ha detto alla propria ragazza di essere sieropositive, un episodio che ha avuto come conseguenza 5000 chiamate di persone che chiedevano informazioni sul rischio di contagio.
Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/06/06/news/in_brasile_con_le_telenovelas_si_fanno_meno_figli_in_rwanda_la_radiosoap_che_aiuta_la_riconciliazione-4615894/?ref=HREC2-5


Cos’è l’arte?

06 06 10 @ 07:02  silvio.maselli

Tanti filosofi si sono interessati a questa impegnativa domanda.
Ieri ho visitato a Roma lo straordinario nuovissimo MAXXI, museo nazionale delle arti del XXI secolo disegnato da Zaha Hadid, un contenitore di cui tra cinquant’anni si dirà - al pari del Guggenheim di New York - ch’è ancora moderno - cosa che capita solo ai grandissimi architetti, e che Sgarbi se ne faccia una ragione smettendola di rompere con i suoi stucchevoli coup de theatre -.

Ebbene, ero dinanzi a “Il muro occidentale o del pianto” di Fabio Mauri, una delle opere più belle ed emozionanti dell’esposizione, quando sono stato rapito dal racconto dell’Olocausto che una giovane mamma faceva ai due bimbi di non più di cinque anni.

Ecco, questa per me è l’arte: una creazione dell’uomo che riesce a stupire ed incuriosire, a lasciarti senza fiato e a tracciare nella tua coscienza un solco che ti consenta di dire cosa c’era prima, cosa dopo. Mi sarebbe piaciuto sentire i movimenti del cervello di quei bambini incuriositi e pieni di domande. Chapeau a quella mamma, capace di lasciare tracce e consentirmi di dire che l’arte, la creazione artistica rende il mondo un posto migliore in cui vivere ed il nostro lavoro meno vacuo.

Fonte: www.fondazionemaxxi.it

Il muro occidentale o del pianto, 1993, valigie, borse, casse, involucri in cuoio, tela e legno, pianta di edera, fotografia intelata, cm 400 × 400 × 60, Associazione per l’Arte Fabio Mauri, Roma.

L’opera, una delle più rappresentative di Fabio Mauri, è costituita da una serie di vecchie valigie di cuoio sovrapposte e composte in modo da realizzare un muro di quattro metri, dalla superficie regolare davanti e irregolare sul retro, sul quale trovano posto soltanto una piccola pianta di edera e una fotografia della sua prima performance (Ebrea) risalente agli anni settanta. Il muro, esplicito riferimento a quello di Gerusalemme, diventa il simbolo di ogni esilio, di ogni diaspora dove “un senso di trasmigrazione, una storia infinitamente iniziale del dolore del mondo si fa evidente”, come ha indicato l’artista stesso. Nel maniacale tentativo di comporre una superficie regolare attraverso la diversità dei singoli elementi, l’artista vede la possibilità di far quadrare e convivere qualsiasi tipo di diversità.


Anno zero

03 06 10 @ 09:44  silvio.maselli

Vedo Anno zero e soffro: Tremonti batte Bersani tre a zero.
Ma come si fa? Ma chi lo consiglia?

Sembra sempre che Bersani sia rimasto al 1996. Lo sguardo sempre rivolto al passato, io io io io è l’unico pronome personale. Non una parola sul futuro, sull’assenza drammatica di prospettiva di questa legge finanziaria, sulla assenza di uno straccio di una idea di sviluppo.

Ora alza la voce e si accalora, e almeno dà un po’ di calore, ma nessuno gli crede. Ed io mi dispero, perché un ex fiscalista socialista sembra un grande statista, ma è solo un enorme furbacchione che taglia agli enti locali costringendoli a sobbarcarsi il peso politico e non ha un’idea di Paese e di futuro.

Non ce la faccio quasi più di questa Italia.


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